Enel: utili record, giochi aperti per Suez

Paolo Giovanelli

nostro inviato a Londra

Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, è arrivato su un dosso: ha raggiunto nel 2005 risultati di bilancio nettamente positivi, ma non è in grado di vedere cosa si nasconde appena oltre. Detto fuor di metafora, ieri Conti ha presentato nell’incontro con gli analisti a Londra un bilancio record che vede gli utili aumentati del 48% a quasi 3,9 miliardi di euro e un indebitamento finanziario netto dimezzato da 24,5 a 12,3 miliardi, ma non è stato assolutamente in grado o non ha voluto affrontare la questione Suez-Electrabel. Né ha voluto accennare alla possibilità che l’Opa venga lanciata o no. Così la presentazione del piano industriale al 2010 che prevede un incremento del margine operativo lordo del 3% annuo fino al 2007 e «ulteriori margini di crescita che potranno derivare da nuove acquisizioni sul piano internazionale» ha assunto un aspetto vagamente surreale. L’acquisto di Electrabel, infatti, non può non essere determinante per l’andamento dei prossimi bilanci: sul piano dell’espansione in Europa, ma anche su quello dell’indebitamento.
L’Opa, comunque, non è accantonata: tutto è pronto perché possa essere lanciata. Ma la decisione deve essere ancora presa. Conti ha tuttavia ribadito più volte che l’Enel vuol diventare un gruppo completamente europeo. «In Italia siamo stati scalati cedendo asset ai principali produttori europei, i nostri concorrenti sono imprese che vengono da Paesi che non ci garantiscono la stessa apertura» ha detto l’ad Enel». E il “dosso” davanti a Conti nasconde proprio due possibilità: diventare quasi automaticamente un gruppo tra i primi tre in Europa con l’acquisizione di Electrabel attraverso Suez, oppure dover dare la scalata alle posizioni di testa con un più lungo e faticoso (ma forse meno rischioso) lavoro di assemblaggio di partecipazioni che potranno andare dalla penisola iberica alla Russia o dalla Romania alla Francia con Snet.
Sulle divergenze che ci sono state in consiglio di amministrazione sulle strategie da adottare, il presidente Piero Gnudi ha detto che si tratta di «un’operazione complessa e che necessita di tutti gli approfondimenti che si merita». In attesa di chiarimenti sul fronte Suez (e ieri la sensazione era che non arriveranno tanto presto, o perlomeno non prima delle elezioni italiane), Conti ha detto che è in dirittura d’arrivo l’accordo finale per l’acquisizione di Slovenske Elektrarne, in Slovacchia, che dovrebbe essere chiuso entro aprile. Slovenske, ha sottolineato Conti, è strategica perché permetterà di produrre con nucleare e idroelettrico, ma soprattutto per la sua posizione ponte tra il Centro e l’Est Europa, a cavallo tra un mercato ricco come quello tedesco e Paesi in forte sviluppo come Repubblica Ceka, Romania e Polonia. In Francia è praticamente fatto l’accordo con Edf, che darà all’Enel una partecipazione del 12% nelle nuove centrali Epr, mentre sarà possibile costruire centrali a ciclo combinato. Meno vicino è invece l’acquisto della quota del 35% di Snet. In Spagna Enel ha oggi una quota del 4-5% del mercato ed è noto che il gruppo si è offerto a Gas Natural come alleato nell’Opa su Endesa. Conti però ha fatto muro anche sulle iniziative che l’Enel potrebbe prendere per nuove acquisizioni sul mercato iberico: ieri a Londra è tornata a circolare l’indiscrezione secondo la quale se l’Opa su Suez non dovesse essere lanciata o dovesse fallire, una delle opzioni sarebbe proprio il tentativo di conquistare uno dei grandi gruppi spagnoli ancora “liberi”, Union Fenosa o Iberdrola. Per il momento l’Enel punta a uno sviluppo “interno” con la costruzione di due nuove centrali a gas. Quanto all’Eni, Conti ha sbarrato la strada a una possibile fusione tra i due gruppi: «Non sarebbe utile ai nostri azionisti».
Tutto il parlare di acquisizioni e di Opa ha finito per mettere in ombra il primo mercato per l’Enel, quello italiano. Conti ha ribadito che l’obiettivo è riconvertire a carbone un certo numero di centrali: entro il 2010 prevede di generare il 50% della sua elettricità con il “carbone pulito”, il 30% con fonti rinnovabili e il 20% con centrali a gas a ciclo combinato. «Non ci sono scenari alternativi al carbone - ha aggiunto Gnudi -, la crisi di quest’inverno ha insegnato qualcosa».