Eni fa rotta sull’Uganda, affare da 1 miliardo

È stato un weekend importante per gli interessi petroliferi italiani. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha guidato a Jeddah un incontro bilaterale con l’Arabia saudita per rinsaldare i rapporti, peraltro già eccellenti, con il primo esportatore mondiale di greggio e Paese decisivo nella formazione dei prezzi dell’energia. Nelle stesse ore l’Eni, guidata dall’amministratore delegato Paolo Scaroni, ha compiuto un altro passo in quella strategia di diversificazione geopolitica delle proprie fonti di approvvigionamento che la compagnia segue da sempre e che si è intensificata negli ultimi anni. Secondo quanto scrive la versione on line del Financial Times, infatti, il cane a sei zampe avrebbe chiuso un accordo con Heritage Oil per acquisire due giacimenti petroliferi posseduti dalla società inglese in Uganda, nell’Africa centrale. Il valore di questo affare è di 1,3-1,5 miliardi di dollari, attorno al miliardo di euro. Le fonti ufficiali dell’Eni, interpellate dal Giornale, non hanno voluto commentare la notizia che però è stata ripresa anche dalle agenzie secondo le quali l’annuncio ufficiale potrebbe essere dato oggi stesso.
Il Financial Times è dettagliato nel fornire l’indiscrezione su questo business, anche se non ne indica le fonti. Heritage Oil è una compagnia quotata alla Borsa di Londra e ha in corso un negoziato (che però sta incontrando difficoltà) per fondersi con la turca General Enerji. Ha necessità di fare cassa per finanziare nuove trivellazioni petrolifere e avrebbe individuato la soluzione proprio nella vendita dei due pozzi ugandesi che hanno riserve per circa 700 milioni di barili di greggio.
L’Eni ha una presenza storica in Africa: è in Ghana e soprattutto in Nigeria, uno dei Paesi più importanti per la società italiana. Con l’aggiunta dell’Uganda il peso relativo del continente nero nella mappa delle zone di suo interesse strategico crescerebbe. E questo confermerebbe la linea che la società segue tradizionalmente e che Scaroni sta continuando: bisogna ripartire il cosiddetto rischio Paese dei fornitori perché le riserve petrolifere sono concentrate in zone con situazioni politiche delicate ed è opportuno poter contare su una pluralità di fonti di approvvigionamento.
Recentemente, con un’operazione politica di ampio respiro, sono stati resi più solidi i legami con la Libia del colonnello Gheddafi, principale fornitore di petrolio del Cane a sei zampe. Con l’Irak ci sono prospettive concrete di sviluppo. E soprattutto con le repubbliche dell’ex Unione Sovietica sono stati impostati piani a lunga scadenza con investimenti da miliardi di euro. In particolare in Kazakstan, a Kashagan, nel nord del mar Caspio, è stato individuato un giacimento da 10 miliardi di barili di greggio. Si tratta di una delle più importanti scoperte degli ultimi 30 anni, paragonabile per dimensioni a quelle storiche dell’Arabia saudita. L’Eni, presente a Kashagan in un consorzio internazionale, prevede che il primo petrolio potrà uscire dal mar Caspio a partire dal 2012. Nel frattempo un contributo alla diversificazione geografica potrà arrivare dai pozzi ugandesi, certamente molto più modesti, ma già produttivi.