Eni, Scaroni frena sulla cessione di Snam Rete Gas

L’ad del gruppo: «In Parlamento qualcuno può avere un ripensamento sulla legge Marzano». C’è un interesse di Gazprom? «Venderemo al miglior offerente»

Paolo Giovanelli

da Roma

«In Parlamento c’è qualcuno che può avere un ripensamento sul disinvestimento di Eni in Snam Rete Gas. Quando è stata varata la legge Marzano nessuno poteva prevedere gli intoppi di Cdp con Terna e che potrebbero ripetersi con Snam e nessuno, nel 2003, prevedeva che nostri fornitori come Gazprom o Sonatrac potessero interessarsi alla cessione»: Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, al suo primo incontro ufficiale con i giornalisti in occasione della presentazione della semestrale ha voluto mettere le mani avanti sulla privatizzazione della rete di trasporto del gas. E con gli analisti è stato ancora più esplicito: «La legge Marzano prevede che dobbiamo scendere sotto il 20% entro la metà del 2007 - ha detto - ma finora manca il decreto attuativo e noi continuiamo a gestire al meglio questo asset che resta consolidato in bilancio». Insomma, Scaroni prosegue in maniera esplicita quella che, molto più sotto traccia, era stata anche la linea del suo predecessore, Vittorio Mincato: se il governo impone di vendere, l’Eni venderà. Se no, tanto meglio.
Circa le voci di un interesse dei russi di Gazprom per Snam, Scaroni ha detto che «non abbiamo avuto prese di contatto da parte di Gazprom. È logico un interesse, ma non ci sono contatti». Quanto alla possibilità che Eni venda a Gazprom, «se saremo obbligati - ha detto - venderemo a chi ce la paga di più». Di converso «non c’è nulla di nuovo» su possibili trattative per l’acquisto da parte di Eni di partecipazioni in società petrolifere russe, anche se c’è ovviamente un forte interesse.
E anche sull’ipotesi di mettere un tetto del 5% ai diritti di voto in Snam, Scaroni ha chiarito che «non è nostra competenza opinare sulle leggi del Parlamento, ma tutti questi strumenti limitativi prestano il fianco a essere superati dalla legislazione europea che li considera contrari ai diritti degli azionisti». Se poi l’Autorità per l’energia sostiene che è meglio che l’Eni scenda al 5%, «l’Authority propone, ma è il Parlamento che fa le leggi».
Ma non si è ovviamente parlato solo di Snam, ieri. Altri temi di fondo sono stati le riserve petrolifere, le possibili acquisizioni all’estero e gli alti prezzi del greggio. Sulle acquisizioni, Scaroni si è detto interessato, ma ha avvertito che le quotazioni del petrolio tengono troppo alte le valutazioni delle imprese del settore e non si è sbilanciato sulle aree geografiche su cui il gruppo punta di più. Resta comunque l’obiettivo dei due milioni di barili/giorno estratti nel 2008, ma solo per sviluppo interno, grazie a nuovi giacimenti. Attualmente l’Eni è a quota 1,7 milioni di barili.
«Muro», peraltro ovvio, sulla disponibilità di spesa per le acquisizioni: il rischio è di far lievitare ancora di più i prezzi. In ogni caso, l’Eni non è disposto a rinunciare alla propria presenza in Portogallo, dove sono in corso lunghe e difficili trattative in seguito alla vicenda Galp: «Vogliamo essere gestori delle società di cui siamo azionisti» ha sottolineato.
E le quotazioni petrolifere, ha ammonito, sono destinate a rimanere alte: per la prima volta la crisi non è stata innescata da una carenza di offerta come negli choc degli Anni ’70, ma da una forte crescita della domanda, che è destinata a durare. Infine l’Eni prevede di investire molto nelle raffinerie per arrivare a una quota di petrolio lavorato più vicina a quella della concorrenza.