Enigma Cogne, un’intervista che fa discutere

Chiediamo scusa ai lettori per la fraseologia da trivio contenuta nei due sottostanti messaggi pervenuti domenica scorsa dallo scrittore Sandro Veronesi in seguito alla pubblicazione di un’intervista di Stefano Lorenzetto con Maria Grazia Torri, autrice di un libro sull’enigma di Cogne, in fin di vita dopo una solitaria battaglia per dimostrare l’innocenza di Annamaria Franzoni.
Il caos agitato

di Sandro Veronesi
Caro Stefano Lorenzetto, a me dispiace molto della terribile malattia di Maria Grazia Torri, ma quella di mio padre, e cioè la ragione per cui negli ultimi sei mesi non ho potuto occuparmi quasi di nient’altro, incluso il libro di Maria Grazia Torri, non era da meno. Tant’è vero che mio padre è morto giovedì scorso. Lei dovrebbe stare più attento a sputare addosso alla gente, e a scrivere con quell’astio, anche se evidentemente è il suo stesso giornale che la incita. Né vale la giustificazione di aver riportato parole della Torri stessa, che nella sua condizione può ben essere perdonata: prima di scrivere una cosa schifosa come quella che ha scritto di me («ha accampato la scusa di avere qualcuno malato in famiglia»), avrebbe potuto anche informarsi, brutta testaccia di cazzo. Con il mio più profondo ribrezzo.

Caro Sandro Veronesi, nelle sue condizioni, anche lei può ben essere perdonato. Pensare che io viva per sputarle addosso o che nutra dell’astio nei suoi riguardi, «evidentemente» incitato in questo dal mio stesso giornale, è un giudizio che la definisce intellettualmente e, quel che è peggio, moralmente. Io sarò anche una brutta testaccia di c... Ma lei disonora la memoria di suo padre. Quando, fra qualche anno, ripenserà a quello che mi ha scritto, le auguro di provare vergogna: significherà che Maria Grazia Torri si sbagliava sul suo conto.
Stefano Lorenzetto

No, lei non vive per sputare addosso a me. Lei sputa addosso alla sua professione, e infatti lavora per una testata per cui un qualsiasi giornalista integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura. Io sono semplicemente «passato di lì», quando, sfruttando una moribonda, le si è schiusa la meravigliosa possibilità di buttarmi un po’di fango addosso. I giornalisti verificano. I cialtroni no. Lei non ha verificato. E per questo, per quanto mi riguarda, lei se ne andrà a farselo stroncare in culo per il resto dei suoi giorni. E quando starà per morire, come mio padre tre giorni fa, o come mia madre un anno fa, o come Maria Grazia Torri in questo momento, io pregherò Dio perché le conceda altri dieci minuti di vita, così che le stronchino il culo per altri dieci minuti. Venti, va’.
Sandro Veronesi
Maria Grazia Torri non si sbagliava sul suo conto. (E guardi che non muoiono solo gli altri, se n’è scordato?).
Stefano Lorenzetto
La scheda di lettura

di Tiziano Scarpa
Le scrivo perché lei nel suo articolo formula un’accusa gravissima. Di Maria Grazia Torri dice: «Eppure lei ce l’aveva messa tutta nel gridare al mondo la sua verità, due anni di lavoro e i risparmi prosciugati in questa che era diventata la battaglia della sua vita e che ora sta trasformandosi nella causa della sua morte». Subito dopo le cede la parola elencando i comportamenti scorretti di vari intellettuali italiani, indicandoli di fatto come cause della malattia di Maria Grazia. Prima di muovere accuse simili, sarebbe necessario fare almeno qualche riscontro. Nell’ottobre del 2006 io scrissi una scheda di 10 cartelle che analizzava il libro allora inedito di Maria Grazia Torri, proponendone di mia iniziativa la pubblicazione presso Einaudi. La può leggere qui http://www.ilprimoamore.com/testo_976.html. Potrà verificare quanto corrisponda alla descrizione fatta nel suo articolo. Quanto al taglio di capelli di Maria Grazia, si trattava di un commento affettuosamente sdrammatizzante, per non costringere una persona sofferente a parlare della sua malattia, se non avesse voglia di affrontare il discorso.
Tiziano Scarpa

Non ho formulato alcuna accusa. Ho raccolto le parole di una persona in fin di vita. Il giudizio che Maria Grazia Torri mi ha dato era, in realtà, ben più duro ed è stato quindi mitigato. Quanto al «commento affettuosamente sdrammatizzante», non è colpa mia se l’interessata non lo ha interpretato come tale.
Il parere del vecchio

cronista del tg2
Caro Lorenzetto, da vecchio cronista che ne ha viste tante frequentando guardine e questure voglio farti sapere che l’intervista di domenica scorsa sul caso Cogne è uno dei tuoi pezzi che mi ha più coinvolto. E mi ha fatto ripensare al nostro mestiere. Ormai sono fuori dal giro, non conto più niente dopo aver raccontato quasi tutte le storie che hanno riempito le prime pagine dei giornali a cominciare dagli anni 80. Fossi ancora al Tg2 sarei scappato da Vespa con il tuo pezzo e gli avrei chiesto di farci su un Porta a porta. E se avesse detto no avrei telefonato a Mentana per un Matrix. Fallo tu che sei famoso. Fallo prima che per quella povera collega sia troppo tardi, fallo senza dirle niente per evitarle l’ultimo affronto di una porta sbattuta in faccia. Con quell’auspicio di Teilhard de Chardin che era convinto che l’avvenire fosse più bello di tutti i passati.
Gino Roca