Enrico IV al teatro Carcano: uno Shakespeare «ripulito»

Bonacelli, Simoni e D’Elia si confrontano con le scommesse di Strehler e Buazzelli

Valentina Fontana

In Italia si ricordano solo le scommesse di Giorgio Strehler, Raffaele Maiello e Tino Buazzelli. Sarà perché la firma è William Shakespeare, sarà per l'età, più di quattrocento anni, sarà per le due parti in dieci atti, sarà per la complessità della struttura o per la ricchezza dei personaggi e delle vicende storiche rievocate, ma di fronte all'Enrico IV pochi osano.
La nuova sfida comunque, e finalmente, si gioca e in scena arrivano Paolo Bonacelli, Carlo Simoni e Corrado d'Elia con l'allestimento dell'Enrico IV firmato da Marco Bernardi, direttore dello Stabile di Bolzano, da questa sera al 20 novembre al Teatro Carcano.
«La vera scommessa, quella più difficile per un'opera monumentale come l'Enrico IV, è stata unire le due parti - incalza Bonacelli nel ruolo di Falstaff -. Del resto i tempi dilatati, le scene aggiunte, i personaggi di comodo, le classiche trovate del dramma shakespeariano rispondevano a un teatro diverso, a un pubblico che in teatro era abituato anche a mangiare e bere. Non a caso spesso durante la rappresentazione si riassumevano gli atti precedenti. Necessariamente dal testo originale sono state tolte le parti “inutili”, anche se nulla è inutile in Shakespeare, tutte le scene troppo legate alla storia inglese e altre scene di taverna».
L'arco narrativo del dramma viene comunque rispettato e da questo straordinario equilibrio fra tragedia e commedia emergono i grandi temi della politica, dell'amicizia e del suo tradimento, del rapporto conflittuale tra padre e figlio.
In scena così l'ascesa di Enrico IV, interpretato da Carlo Simoni, le sue battaglie contro i ribelli del Nord che tentano di rovesciare il potere, la vita scapestrata del figlio Hal (Corrado d'Elia), il futuro Enrico V, fedele al compagno di taverna Falstaff. E poi il ribaltone con la morte improvvisa di Enrico IV e l'ascesa al trono del primogenito, che, negando tutte le aspettative di Falstaff, dimentica amicizia e passato in nome della corona.
Un pendolo che oscilla fra il grottesco e il drammatico, fra gli interessi della corte e del potere e l'edonistico e irriverente mondo notturno delle bettole, un equilibrio perfetto fra tragedia e commedia in cui emerge la pura allegria shakespeariana della creazione, capace di rimanere tale proprio perché intrecciata con il dramma. Pura allegria trionfante nell'immortale “prediletto della luna” Falstaff, il sarcastico, cinico e grottesco controbilancino all'universo serio del potere.
«I grossolani difetti di Falstaff, su cui è giocata tutta l'opera - disse Orson Welles - non sono tanto banali. Tutta la canaglieria, le spiritosaggini da taverna, le bugie e le fanfaronate sono solo un tratto marginale del personaggio, solo una sua maniera di sposare il pranzo con la cena. Non sta lì, il vero Falstaff».
«Un giorno Pinter mi disse che i grandi personaggi di Shakespeare sono il tragico Amleto e il grottesco Falstaff - continua Bonacelli -. Come sempre, anche per Falstaff non sono entrato subito nel personaggio, il personaggio mi viene successivamente, dalle parole. Dentro una poetica così forte come quella dell'Enrico IV gli spazi creativi sono ridotti, ridare il senso di questa poesia che affonda nell'animo dell'uomo in italiano non è semplice».
Dura sfida quindi anche per Angelo Dallagiacoma, che ha seguito la traduzione e l'adattamento cercando di dar senso insieme al regista Bernardi all'unità tematica e al virtuosismo linguistico dell'Enrico IV. E dura sfida per Gisbert Jaekel, curatore delle scene, «molto essenziali - chiosa Bonacelli -, per sottolineare con un montaggio quasi cinematografico l'alternanza dei due mondi, il comico e il drammatico, del dramma di Shakespeare».