Enrico Rava e le prove generali del suo nuovo cd

Fabrizio De Feo

È il grande apolide della musica italiana, il globe-trotter che il mondo ci invidia, il trombettista che porta dentro di sé il desiderio di allargare i confini della sua creatività. Enrico Rava è indubbiamente il nostro musicista più conosciuto a livello internazionale. Una carriera irripetibile, segnata da una grande voracità artistica e dalla capacità di suonare nei contesti più disparati. Un girovagare che domani, martedì e mercoledì lo porterà all’Alexanderplatz di via Ostia.
Tre sere di jazz allo stato puro, in un locale storico della capitale. Le piace la sensazione del piccolo club?
«È una bella sensazione legata anche a un motivo pratico. A dicembre uscirà il nuovo disco del mio quintetto. Quindi il concerto ci servirà per provare con il pubblico il nuovo repertorio, come si faceva una volta».
C’è qualche episodio che la lega al patron dell'Alexanderplatz, Giampiero Rubei, storico promoter di jazz romano?
«La mia passione per Villa Celimontana, uno dei festival più riusciti d’Italia oltre che un posto meraviglioso. E poi gli organizzatori sanno come sedurti: ti danno sempre carta bianca. Se tu chiedi di suonare con un grande artista internazionale, Charlie Mariano o Gato Barbieri, loro si fanno in quattro. E poi ci fanno stare in un albergo delizioso lì vicino. Insomma: è un vero e proprio complotto per farci stare bene».
Con quale formazione suonerà a Roma?
«Il quintetto è lo stesso di sempre, con Pozza, pianista straordinario, al posto di Bollani. Ha un equilibrio perfetto. Gatto è impagabile, così come Bonaccorso. Petrella è il mio trombonista preferito, è determinante per la poetica del gruppo. Se lui mollasse cambierei del tutto repertorio».
Lei da sempre valorizza i giovani. Come si pongono di fronte a una leggenda del jazz come lei?
«Con loro ho lo stesso rapporto che avrei se suonassi con Pat Metheny. Un musicista è un musicista, se lo chiamo vuol dire che mi piace. Mi dà fastidio quando vedo la star che si comporta da star».
Cosa pensa di questa onda di passione del pubblico per il jazz?
«Roma è una cosa un po’ particolare anche per il fatto che c’è un sindaco appassionato di jazz. Temevo una saturazione ma avevo torto. Più cose avvengono, meglio è. Ormai durante la stagione estiva Roma è più vivace di Parigi».
Lei è un musicista ma anche un grande lettore. E tempo fa aveva pensato a un progetto su Thomas Mann.
«È costoso e nessuna casa discografica vuole investirci. L’idea parte dalle splendide descrizioni musicali che fa Mann nel Doctor Faustus, raccontando le vicende del compositore Adrian Leverkuhn cui il demonio promette l'immortalità. L’idea è quella di immaginare di ritrovare i manoscritti e tradurli in musica restando fedeli alle idee musicali di Mann».
Lei ha detto di avere scoperto i Beatles solo 5 anni fa. Cosa sta ascoltando ora?
«Una grande cantante di Bolero, Dolores Duran. Ma anche l'ultimo di Paul McCartney. Disco straordinario».