ENRIQUE VILA-MATAS

Dublinesque di Enrique Vila-Matas più che una lettura è un rapimento: di questi tempi, in cui la letteratura è ormai diventata un bla bla bla superpremiato (da critici e lettori, amari e biscottini), Vila-Matas andrebbe denunciato per sequestro di persona. Questo romanzo rapisce per giorni. Non solo mentre lo si legge, con tantissimi passaggi che è impossibile non sottolineare o annotare: a lettura terminata si è in preda a una sorta di «sindrome di Stoccolma», si rileggono le pagine, si pensa alle frasi che hanno più colpito. Si provano le stesse sensazioni di un bambino per la prima volta davanti alle meraviglie del mondo. Dublinesque è un romanzo che riconcilia con la narrativa.
A differenza dei suoi libri precedenti, si pensi a Bartleby e compagnia o Dottor Pasavento (dedicato al genio di Robert Walser), finalmente lo scrittore spagnolo, nato a Barcellona nel 1948, si riscatta definitivamente da un certo accademismo. Quelli erano romanzi straordinari, ma non di facilissima lettura, almeno per chi è abituato al «cotto e mangiato» di Acciaio della Avallone, alle intemperie romanzo-svedesi e alle altre amenità giallo-noir-rosa-sex-choc-memoir che ci danno in pasto in quegli acquari immensi che chiamano megastore. Dublinesque è un romanzo da libreria indipendente che conquisterà anche i cuori dei lettori da supermarket. Nessun essere snob ma, come sottolinea anche Vila-Matas, è ora di spronare chiunque a diventare un «lettore di qualità».
Raccontando le avventure di Samuel Riba, intellettuale sul viale del tramonto alcolico che si divide tra il sogno di essere l’ultimo degli editori dell’Era Gutenberg e il primo a contrapporsi al nostro mondo Google, Vila-Matas ci porta a una continua ricerca, tutt’altro che noiosa, dell’amato James Joyce: «la mia biografia è il mio catalogo». Come una stella da sceriffo di latta il protagonista vaga tra le sinfonie cinematografiche alla Cronemberg e le voci rauche di un Tom Waits del passato. Ammira gli scrittori che «ogni giorno intraprendono un viaggio verso l’ignoto e tuttavia rimangono tutto il tempo seduti in una stanza. Le porte delle loro camere sono chiuse, non si muovono mai, ciononostante il confino offre loro l’assoluta libertà di essere chiunque vogliano essere, di andare dovunque li portino i loro pensieri». E non si pensi a Emilio Salari e alle Tigri della Malesia, ma a quel tipo di «confino» che è scelta obbligata di ogni vero e autentico artista: Beckett, Dick, Walser, solo per citare alcuni autoesiliati dalla vita amati da Vila-Matas. Geni cicatrizzati dalla vita sociale eppure consci di essere in qualche modo spenti. «Ma sarebbe peggio se a qualcuno venisse in mente di accendere la luce».
Samuel Riba sogna a occhi aperti «il giorno in cui potranno respirare di nuovo gli editori letterari, quelli che si fanno in quattro per un lettore attivo, per un lettore sufficientemente aperto da comprare un libro e permettere che nella sua mente si faccia strada una coscienza radicalmente diversa dalla sua». Ed è questo il punto cruciale che sottolinea lo scrittore: incontrare nei libri un pensiero diverso e non omogeneizzato e predigerito alle nostre convenzioni. Perché «le stesse capacità necessarie per scrivere, sono necessarie per leggere \. E i lettori deludono gli scrittori quando in loro cercano solo la conferma del fatto che il mondo è come lo vedono». Questi gli interrogativi dell’editore di Vila-Matas, uno che si rende conto di aver vissuto «una vita da catalogo» e al contempo si chiede: «E se scrivere fosse farsi leggibili per tutti e indecifrabili per se stessi?». Nel frattempo «il nuovo linguaggio dell’era digitale è utile per nascondere la mancanza di immaginazione».
Leggete Dublinesque e la Avallone vi apparirà come la regina della narrativa burlesque: prima in classifica come tutti quelli che non accettano la possibilità di essere ultimi nella vita. Ultimi come Beckett, Dick, Walser. Come Joyce, quando in un passaggio dell’Ulysses scrive: «Cos’è uno spettro? Uno che svanisce nell’impalpabilità per morte, per assenza, per trasformazione dei modi». Vila-Matas riesce a farvi comprendere tutto questo in quello che, se viviamo in un Paese civile, diventerà il romanzo di questo autunno. Sono pronto a scommetterci. Leggete Dublinesque: se non vi piacerà, non solo mi impegno a rimborsarvi il prezzo di copertina, ma sono pronto a ripagarvi il tempo che perderete nel leggerlo nelle modalità che più vi parranno opportune. Per questo Vila-Matas sono pronto a pagare il riscatto. La sindrome di Stoccolma inizia a diventare anche quella di Stendhal...