«Per entrare nel libro bisogna mettere il mondo da parte»

Che cos’è la fedeltà? È quando la lontananza quasi inaccessibile della persona amata ci impone una scelta. Si presentano allora due strade: possiamo allontanarci anche noi, trasformando l’amore in ricordo; oppure possiamo rimanere fedeli a chi entrò nel nostro animo così profondamente da legarsi a ogni successivo respiro del cuore. In una società nichilista, questa scelta appare come il più folle degli sprechi. In Giappone, invece, è l’espressione più alta dell’amore stesso. Un sentimento simile lo si può provare anche per alcuni libri, così impegnativi da richiedere o di essere letti e goduti e collocati da qualche parte nella memoria o di essere amati attraverso una fedeltà lunga e laboriosa, del tutto intima.
Maria Teresa Orsi, dopo la laurea ha trascorso cinque anni in Giappone, poi dieci a insegnare Letteratura giapponese all’Orientale di Napoli, e infine è approdata alla Sapienza di Roma. Ha cominciato a tradurre La storia di Gengji otto anni fa, per Einaudi. È la prima traduzione italiana fatta dal giapponese e, con l’incerta eccezione di una versione russa, la seconda al mondo compiuta da una donna. Quando ieri l’abbiamo intervistata aveva appena finito di ritoccare le ultime frasi del capitolo 39, su 54 complessivi.
Con quali sentimenti si avvicina ogni volta a questo immenso lavoro?
«Tradurre La storia di Gengji esige che il mondo sia messo da parte. Mi conforta che altri traduttori hanno impiegato molti anni. Una scrittrice giapponese, Yamato Aki, ha scritto una versione del Genji a fumetti molto bella, che ha avuto un enorme successo, 16 milioni di copie vendute. Ma ha impiegato 15 anni».
Che cosa ha trovato in questo libro di così importante?
«Nel coprire la vita di quattro generazioni, con i suoi quattrocento personaggi, dei quali almeno cinquanta di primo piano, esplora un mondo aristocratico lontanissimo da noi, ma i cui valori sono universali: l’ambizione e la rivalità, la passione e la gelosia, la tristezza dell’esilio, il desiderio di ritirarsi dal mondo in cerca di una dimensione religiosa, la malinconia della solitudine, il sentimento della caducità. Allo stesso tempo è immagine di una società concreta, sorretta dal rispetto rigoroso per la forma e da una sensibilità dove morale ed estetica si confondono».
In Occidente non esistono romanzi simili?
«Non è il caso di cercare nella Storia di Gengji la struttura “canonica” del romanzo europeo. Anzi, la prima impressione che dà il libro è quella di un discorso slegato. Così come indeterminato, allusivo e sfuggente è il linguaggio dell’autrice. Con il procedere della lettura, però, emergono le correlazioni fra i vari personaggi e i vari episodi, magari anticipate da una sola frase molte pagine prima, in un complesso interagire di ripetizioni e sostituzioni».
La vecchia traduzione italiana ha molti tagli...
«Io vorrei tradurre tutto. Anche i “capitoli di Uji”, dal 42 al 54. Il protagonista non è più Genji, ma in essi vi sono straordinarie figure di donne, come Ukifune (“la barca galleggiante”) che riesce a sopravvivere allontanandosi per sempre dall’insidioso mondo della Corte».
All’epoca di Gengji la lingua ufficiale per gli uomini, era il cinese.
«Sì. Il giapponese lo si usava nella sfera privata, dove anche per gli uomini era il mezzo ideale per manifestare sentimenti e per comunicare con l’altro sesso. Escluse dal cinese, le donne della nobiltà trovarono una possibilità espressiva nel romanzo scritto in giapponese colloquiale: una produzione che oggi definiremmo “di intrattenimento”, ma che non restò chiusa nel suo ambito. Anche gli uomini ne rimasero sedotti».
All’epoca, quali erano i rapporti tra i due sessi?
«Incuriosisce l’attrazione irresistibile da parte dell’uomo verso una donna di cui ha solo sentito parlare, o che ha appena intravisto. E poi, alla fuggevole visione di un lembo della veste della donna, nascosta da paraventi, tende, cortine di bambù, segue l’incontro fisico, inequivocabile anche se mai descritto, ma solo suggerito».
Questo pudore così distante da noi...
«È vero. Le donne del Genji non vengono descritte nella bellezza esteriore del loro corpo, se si escludono forse i capelli. Questa bellezza può solo essere immaginata o intuita, non solo dal lettore, ma dagli stessi protagonisti. Il che non può non accrescere il desiderio. Emblematico per la sua carica poetica ed erotica, l’episodio in cui il viso della donna desiderata viene rischiarato per un attimo da una manciata di lucciole gettate nella stanza. È una fuggevole, fioca immagine quella che resta negli occhi dell’uomo».