Entrate, Visco conferma Ferrara

Anna Maria Greco

da Roma

C’è possibilità di dialogo tra centrosinistra e centrodestra sui vertici delle commissioni parlamentari? L’Unione offre disponibilità ad un accordo su alcune presidenze. «Bisogna superare l’asprezza nel confronto politico», dice il leader Ds Piero Fassino. E il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, si dice d’accordo. Un’apertura non solo per il Senato, dove la maggioranza è risicata e avrebbe la presidenza assicurata solo in 5 delle 13 commissioni (in 3 prevarrebbe la CdL e nelle altre ci sarebbe parità), ma anche alla Camera. A creare scompiglio ci si mette anche la costituzione a palazzo Madama del gruppo delle Autonomie: con 10 componenti ha diritto di essere rappresentato nelle commissioni e per l’Unione questo raddoppierebbe da 5 a 10 quelle di merito nelle quali avrebbe la maggioranza.
Tutto si dovrà decidere entro fine maggio, quando saranno comunicati i membri delle commissioni, mentre i presidenti saranno eletti il 6 giugno.
In questo momento, però, nella Casa delle Libertà prevale l’ala dura che cerca l’opposizione senza sconti. Anche perché sembra che l’Unione voglia «concedere» solo Esteri e Difesa in Senato, tenendosi strette altre commissioni importanti, come quella Affari costituzionali che calzerebbe a pennello a Marcello Pera. Meglio, allora, rifiutare qualsiasi intesa sulle poltrone e fare di tutto per mettere in forte difficoltà il centrosinistra. A palazzo Madama, poi, il gioco è facile anche grazie al regolamento: bastano 12 senatori per richiedere la verifica del numero legale e ad ogni seduta.
«Andiamo allo scontro», concludevano giovedì i senatori di Forza Italia, alla fine di una riunione convocata dal capogruppo Renato Schifani. Tutti d’accordo sul no alle trattative. Brucia la chiusura al dialogo sulle presidenze delle Camere, bruciano troppe cose. «È come se loro - commenta Schifani - dopo essersi mangiati antipasto, primo, secondo ed essersi presi anche il caffè, ci invitassero ora a dividere una fetta di ananas». Disgelo? Ma quale disgelo? L’azzurro Maurizio Bernardo aggiunge, caustico, che è troppo facile «prima lottizzare, poi distruggere; prima occupare tutte le poltrone, poi chiedere il dialogo per mantenerle». Questo governo dalla fiducia «virtuale», incalza Gianfranco Miccichè, «un giorno sì e l’altro pure rischia di finire sotto tanto in Aula, quanto nelle commissioni».
Anche nella Lega i più rifiutano un’intesa che, dice il capogruppo alla Camera, Roberto Maroni, «ridurrebbe l’efficacia dell’opposizione». Anche se per qualcuno, come il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, almeno a palazzo Madama ci si potrebbe mettere d’accordo.
E l’Udc? Pierferdinando Casini ha già detto di non essere disponibile per la presidenza di una commissione, anche di peso. E ieri ha precisato che «per il resto deciderà la CdL». Il presidente centrista Rocco Buttiglione, però, ragionava che nelle commissioni in parità senza accordo verrebbe eletto il più anziano, che non sempre è il più adatto. «Nulla vieta di dire: vi diamo un paio di commissioni in più per il Senato, datecene un paio alla Camera. Non mi pare che vi sia nulla di scandaloso perché alla base c’è il rapporto di forza che noi abbiamo, non andiamo a chiederle con il cappello in mano».
An sarebbe la più tentata dall’accordo, anche perché per Gianfranco Fini si delineerebbe la presidenza della commissione Esteri di Montecitorio e Massimo D’Alema ha già detto che l’ex ministro sarebbe perfetto per quel ruolo, malgrado le proteste del Pdci. «L’Italia avrebbe di sicuro da guadagnarci - commenta il capogruppo di An alla Camera, Ignazio La Russa - fa piacere che un avversario politico abbia parole di rispetto e apprezzamento per il nostro presidente». Precisa che è prassi dare all’opposizione la presidenza delle commissioni di garanzia (come la Vigilanza, che dovrebbe andare all’ex ministro delle Comunicazioni, Mario Landolfi) e aggiungerne altre in Senato e alla Camera non sarebbe «un atto di benevolenza della sinistra» ma una necessità, visti i numeri. Così come accettarle, per La Russa, non sarebbe certo «motivo per uno sconto da parte dell’opposizione, che sarà dura e inflessibile».
Intanto, al Senato è stata istituita una Commissione speciale per esaminare i decreti legge sulla pubblica sicurezza e sugli ammortizzatori sociali, che scadono il 2 giugno.