ENZO SELLERIO Gli occhi di Palermo

«Penso di avere fatto tre reportage importanti. Uno su Danilo Dolci, uno sui paesi dell’Etna e uno sulla mia città»

Ha cominciato tardi a usare la macchina fotografica. E ha smesso presto. Ma i suoi scatti, a volte tragicamente belli, sono rimasti nella storia della fotografia, imponendolo come uno dei grandi maestri dell’obiettivo. Enzo Sellerio, classe 1924, ci riceve nel suo splendido studio di via Siracusa a Palermo, separato ma sullo stesso pianerottolo della sede della casa editrice che porta il suo nome, gestita dalla moglie Elvira. In questi giorni a Palazzo Branciforti di Palermo una mostra, «Fermo immagine», raggruppa centocinquanta foto, alcune delle quali inedite, che coprono quasi tutto l’arco della sua attività.
«Ho smesso a poco a poco - dice -. C’è stato un distacco graduale. L’editoria mi prendeva sempre di più e la fotografia sempre di meno. Peraltro era un mondo che subiva trasformazioni notevoli: la prevalenza della tv, la chiusura di importanti giornali a cui uno aspirava di collaborare come Life, per esempio». Rivista sulla quale pubblicò, peraltro. «Sì, io cominciavo a collaborare e Life chiudeva. Ma non è colpa mia, non sono uno jettatore».
Nelle sue parole c’è come una specie di distacco dalle cose. Nessun rimpianto («non ne ho il tempo») e nessuna recriminazione («non ne ho voglia»). Il che lo rende molto simpatico. Come scrive Adriano Sofri nella presentazione al bel catalogo Alinari: «Quando conobbi Enzo era uno che aveva smesso di fare il fotografo. Questo me lo rendeva più caro e interessante: amo le persone che hanno smesso qualcosa, specialmente se sono maschi. Noi maschi non la smettiamo mai. Ma specialmente raro è uno che smetta di fare una cosa che sa fare bene, anzi una cosa in cui eccelle».
«Oddio, questo non significa che non prendo in mano una macchina fotografica da vent’anni. In qualche modo ho continuato a fotografare ad esempio per la mia casa editrice, ma non più immagini da reportage. Soprattutto oggetti o situazioni per i quali si ha il tempo di prepararsi. Ormai i lavori col cavalletto sono pane per i miei denti. L’anno scorso un settimanale mi incaricò di fotografare lo Zen (uno dei quartieri più degradati di Palermo, ndr). Ma ero disabituato. Ho avuto qualche difficoltà prima di rimettermi in moto. Bisogna essere allenati per fare certe cose. Ci sono una serie di questioni tecniche e una visione delle cose che con il mancato allenamento si perdono». Certo, non si perde il senso estetico. «Anzi. Lavorare come editore, a esempio, mi è stato utile, mi ha affinato il gusto».
Sellerio, padre italiano e madre russa, entra nel giro della fotografia che conta a 36 anni. Tardi. Ma ci entra dalla porta giusta perché le sue foto vengono pubblicate dalla sofisticata rivista zurighese di tendenza Du: «In effetti il mio nome su quel giornale mi ha aiutato». Verso i quarant’anni, quando capisce che la fotografia gli può dare grandi soddisfazioni, ha la possibilità di trasferirsi armi e bagagli in America. Ma si convince che ha «un’età troppo avanzata per le avventure». E resta in Sicilia.
Dove, pur avendo girato il mondo, realizza i servizi che lo rendono più celebre e ai quali tiene maggiormente. «Penso di averne fatti tre di importanti. Uno sull’attività di Danilo Dolci, uno sui paesi dell’Etna e una monografia su Palermo. Sono le foto a cui tengo di più». E ha ragione, perché comprendono foto superbe. Come quella, celeberrima, di alcuni ragazzini del quartiere della Kalsa che giocano a formare un plotone di esecuzione fucilando per finta un amichetto. O il vecchietto che porta il suo asinello a vedere la portaerei americana. Scatti tutti presenti nella mostra che, dopo Palermo, si sposterà a Siracusa (20 luglio - 2 settembre) e a Firenze (12 settembre - 11 novembre) e allo spazio Dolce & Gabbana di Milano, a dicembre. L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Banco di Sicilia, il cui presidente Gianni Puglisi ha molto stimolato Sellerio per farlo tornare a fotografare (a esempio commissionandogli per l’istituto di credito siciliano un calendario con foto delle scaffalature dell’antico Monte dei pegni), e dalla fondazione Fratelli Alinari.
Ma qual è il suo giudizio sul mestiere di fotografo? «Io non seguo più quello che succede. Posso comunque dire che a Palermo gli unici che possono campare sono i fotografi di matrimoni. Con le collaborazioni giornalistiche non credo ce la possano fare». E il giudizio si fa affilato sulla città: «Palermo è senza scheletro. Come faccia a camminare non lo so. In questo senso è una città miracolata». Poi diventa critico su un certo modo siciliano di gestire il patrimonio culturale: «Se tornassi a fotografare, per divertimento farei un servizio sulla maledizione dei normanni. Guardi che cosa hanno combinato. A Monreale con due statue di bronzo alte quattro metri hanno rovinato il portico del duomo. La sala Duca di Montalto a Palazzo dei Normanni (attuale sede del parlamento siciliano, ndr) è un luogo che per come è stato restaurato sarà molto apprezzato dagli ortopedici perché lì cadere è molto facile». Infine critica il restauro del parco della Zisa (il castello arabo nel cuore della città): «Che cosa terribile! Hanno tolto un meraviglioso palmeto e hanno realizzato un parco arabo “filologico” di marmo e cemento. E poi avete visto la biglietteria? Sembra il casello di un’autostrada che per promozione turistica porti direttamente alla Zisa. Mah!».
Se la prende anche con gli ecologisti: «Hanno piazzato un campo eolico dietro al Grande Cretto di Burri, a Ghibellina, e non dicono niente. Per non parlare del “duomicidio” di Cefalù, dove hanno rovinato la piazza con un orribile restauro del municipio e poi il duomo piazzando alcune vetrate che risultano come corpi estranei». E chissà che un giorno di questi il maestro non torni, con la macchina fotografica appesa al collo, sul luogo dei «delitti culturali».