Epatite dopo il trapianto A rischio altri due ospedali

L’indagine si allarga anche alle cliniche che ricevevano cellule staminali dal San Giovanni

da Roma

Autotrapianti sospesi, blocco dell’invio di cellule staminali agli altri ospedali e indagini a tappeto su tutti i pazienti operati nel reparto di Ematologia del S. Giovanni di Roma.
L’indagine sull’infezione da epatite B che ha colpito tre pazienti sottoposti ad autotrapianto di midollo osseo nel nosocomio capitolino si allarga a macchia d’olio. E da ieri coinvolge anche altre due strutture, gli Ifo di Roma e l’ospedale di Montefiascone, che ricevono sacche di cellule staminali crioconservate proprio dal San Giovanni. Per ora gli esiti su un’eventuale presenza di virus all’interno delle sacche sono negativi, ma il timore che il numero dei contagiati possa crescere con il passare dei giorni è quantomai verosimile. Da ieri, infatti, nel nosocomio è stata aperta un’inchiesta interna parallelamente a quella della magistratura. «Abbiamo creato una seconda commissione in collaborazione con l’Irccs Spallanzani di Roma e lunedì un’équipe affiancherà i responsabili del San Giovanni per iniziare tutte le indagini chimiche e di biomolecologia che dovrebbero aiutarci a scoprire come è stato possibile contrarre il virus», spiega il direttore sanitario Salvatore Passafaro.
Insieme alla prima commissione interna lavoreranno anche i virologi dell’Istituto superiore di sanità per cercare di sapere attraverso i test di biologia molecolare se il virus che ha infettato i tre malati è dello stesso ceppo di epatite. La seconda commissione, coordinata dal professor Giuseppe Ippolito, direttore dello Spallanzani, dovrà ripetere autonomamente i test e ripercorrere le prove di sicurezza delle procedure che portano alla conservazione delle cellule staminali fino al trasferimento ai pazienti.
«Ci vorranno quindici giorni - prosegue Passafaro - per avere le prime risposte. Una cosa è certa che tutte le sacche di cellule staminali crioconservate nel nostro ospedale sono risultate negative». Intanto sono stati richiamati i venti pazienti che hanno subito il trapianto durante il 2006. Nessuno finora sembrerebbe contagiato. «Non è detto che fra i tre casi ci sia comunque una relazione di causalità - ha precisato il direttore generale dell’azienda, Luigi D’Elia -. Riteniamo, infatti, che da come si sono verificati gli eventi nei tre trapianti ci potrebbero essere state cause esterne a determinare il contagio». Il virus quindi potrebbe essere stato trasmesso attraverso rapporti sessuali, trasfusioni di sangue o in ogni fase delle procedure che seguono il trapianto. L’ipotesi di reato presa in esame dalla magistratura è comunque quella di omicidio colposo e il procuratore aggiunto Gianfranco Amendola e il sostituto Clara De Cecilia, titolare dell’inchiesta, attendono la consegna delle cartelle sanitarie e dei registri di sala operatoria dei quali è stato chiesto il sequestro o l’acquisizione.