Epifani critica tutto ma si tradisce «Questo governo è molto abile...»

Parole d’apprezzamento anche per le tasse sulle stock option

Far ripartire una macchina ferma da anni è spesso più difficile che costruirla da zero.
La manovra triennale delineata dal governo non è certo completa né esente da scelte discutibili, ma deve essere letta come un primo passo, un iniziale colpo di spatola necessario per iniziare il lavoro. Il cesello verrà dopo.
Sbaglia quindi chi si sofferma troppo sul dettaglio o chi insiste nell’evidenziare ciò che manca: quello che deve essere salutato positivamente è l’ampio respiro, che fa capire come l’intenzione sia quella di smetterla con il vivacchiare, con le ambizioni timide, con il tirare a campare.
Non bisogna però abbassare la guardia: se lo scultore comincia a sbalzare un grosso blocco di marmo se ne intuisce l’intenzione di realizzare un’opera importante, ma non è detto che la statua riesca bene, quindi è necessario pungolare il governo nella sua opera sia con le lodi (quando sono meritate) ma anche con le critiche, posto che siano costruttive.
Due sono le novità che sembrano particolarmente ispirate: il coraggio di tagliare le spese e l’intenzione di ridurre i tempi delle cause civili.
Per quanto riguarda i tagli, la spesa pubblica non deve essere demonizzata, anzi, in una fase recessiva (quale rischia di essere l’attuale) può essere volano di sviluppo, però deve essere utile: pagare qualcuno per occupare una poltrona serve solo a lui, finanziare la costruzione di un porto, di una ferrovia o di un ponte serve a tutti. Bisogna augurarsi che la riqualificazione delle spese si arricchisca presto del suo necessario completamento, vale a dire il federalismo fiscale che, se attuato bene, responsabilizzerà gli enti locali in modo tale che il bravo amministratore sia quello che sa incassare e spendere bene sul proprio territorio, mentre ora lo è quello che non incassa (per non essere impopolare) ma che riesce a spillare allo Stato centrale tanti denari da spendere, poco importa come.
Il secondo punto, cioè l’azione sulla giustizia civile, potrebbe rivelarsi fondamentale: cause dai tempi irragionevoli non sono altro che un incentivo alla furberia, a non pagare il fornitore, al piccolo grande abuso, tutte pratiche che in Italia non necessitano certo di incoraggiamento. Una risoluzione veloce del contenzioso è necessaria premessa per un terreno di impresa fertile e sano.
Anche in questo caso bisogna auspicare un completamento della riforma con uno stop alla degenerazione dei ricorsi, al momento in grado di bloccare per anni tutto e tutti, senza pagare il conto dei ritardi. Il decreto relativo alla base di Vicenza è stato fatto da Prodi, quindi niente di strano che facesse acqua da tutte le parti, però non è normale che si possa bloccare una base militare con un ricorso al Tar, e lo stesso deve valere per qualsiasi altra grande opera: l’intervento della giustizia ordinaria o amministrativa non può essere la regola. L’arma estrema potrebbe essere la previsione che il ricorso, anche se accolto, non possa bloccare un’opera prima di eventuale sentenza definitiva, ritorcendo contro il partito del «non fare» la stessa lentezza giudiziaria che è l’arma preferita degli esperti del veto.
Bisogna infine invitare il governo ad avere il coraggio di chiudere per sempre l’era Prodi-Visco delle politiche redistributive «a pioggia» sulla base di redditi dichiarati che tutti sappiamo essere bugiardi, anche a costo di invertire l’onere della «prova di indigenza». Ben vengano quindi le «carte spesa», ottima idea, ma si faccia attenzione in modo che vengano assegnate a veri poveri, altrimenti rischiano di finire come trofeo, vicino alla carta di credito gold, nel portafoglio del solito evasore.
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