Epifani: "Serve sobrietà". Ma tace sull’hotel di lusso

A ben vedere gli manca il solista della fanfara degli Alpini. Poi, «il silenzio» di Epifani - corredato di toccante colonna sonora - sarebbe perfetto. Non proprio un silenzio degli innocenti, ma comunque un silenzio di tutto rispetto. Sacro, inviolabile, tombale. Fa niente se lo tirano per la giacchetta chiedendogli conto del conto delle due notti passate in albergo per complessivi 1.100 euro; lui rimane una sfinge. Guglielmo, ma un tre stelle pulito e accogliente non bastava? Muto come un pesce rosso. Scusi, segretario, che ne dice della sua confederata che ha annunciato indignata che avrebbe strappato la suddetta tessera? No comment, silenzio stampa.
Se l’amante pizzicato nudo sul balcone nega tutto, anche l’evidenza, Epifani tace tutto, anche l’evidenza. Anzi, rilancia, come a poker. Lo accusano di aver sprecato soldi del sindacato soggiornando in hotel da diva durante la sua trasferta milanese? E lui tuona: «Tolleranza zero contro gli sprechi della sanità». D’accordo che i miliardi di euro bruciati dalle Asl sono una piaga ben più grave degli sciali epifanici, ma le lezioni da brava e parca massaia no, per pietà.
In realtà, il leader sindacale che loquisce a intermittenza e solo se può farci la bella figura del Don Chisciotte dalla tuta blu (oltremare, che fa sempre elegante), il meglio lo ha dato in un’altra paradossale dichiarazione: «Di fronte a una tragedia come quella dell’Aquila - ha asserito contrito -, la parola d’ordine nei festeggiamenti del 1° maggio sarà l’assoluta sobrietà». Niente cocchio, quindi. Rinuncerà pure a paggi e cavalli bianchi (con quelle macerie si rovinano gli zoccoli e poi costa farli riferrare). E forse dormirà in una magione meno pretenziosa di quella scelta il 25 aprile. Lodevole. Ma un filo tardivo, dato che solo una settimana prima - quando il terremoto era già una «tragedia» conclamata -, questo impeto moralizzatore non l’aveva frenato dallo spendere l’equivalente di un salario mensile di un operaio per due notti a 4-5 stelle. A Milano, Epifani, la sobrietà non l’aveva portata. Eccedeva dal peso del bagaglio a mano, meglio lasciarla a casa.
Eppure, quando vuole, Epifani ha la risposta più pronta di McEnroe. È bastata un’intervista a Bonanni sul Riformista dove si accennava alla sua «scarsa disponibilità al dialogo» (un eufemismo, dato che direbbe di no pure se gli offrissero un caffè) e subito è arrivata la replica: «Mi chiedo perché insulta. O nasconde l’assenza di elementi o ha paura». Curioso, stessa domanda si leva dall’eco del suo silenzio sull’ormai mitologica spesa all’Hotel Pierre e all’Hotel de la Ville.
Come diceva Nanni Moretti al suo D’Alema, «Reagisci! Dì qualcosa di sinistra! Dì qualcosa anche non di sinistra! Dì qualcosa!». Tipo «dormo solo in lenzuola di taffetà», oppure che la suite con vista duomo era per studiare da vicino il nemico plutocrate del proletariato. Ma finché non torna al principio, ossia al verbo che si ostina a non proferire, almeno risparmi la melassa sulla «esigenza etica di creare profitti solo col lavoro» e non punti il dito sul governo «che costringe i bisognosi all’umiliazione della social card». Che i bisognosi non spendono 550 euro in albergo. E hanno la tendenza a sentirsi umiliati se lo fa quello che poi in piazza dice di difenderli.