Epopea di ghiaccio Quando gli alpini cantavano Rosamunda

È dal 1872, quando il generale Giuseppe Perrucchetti ideò il Corpo, che gli Alpini sono protagonisti di una vera e propria saga. Le loro vicende sono narrazioni epiche e talvolta anche buona letteratura come in Scarpe al sole di Paolo Monelli e Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi, che narrano rispettivamente storie di guerra del ’15-18 e del ’40-43. Perrucchetti, cultore di storia militare, convinse l’allora ministro della guerra Cesare Ricotti, anche lui generale dell’esercito piemontese, a reclutare soldati nelle zone alpine per assegnare loro compiti di guerra in montagna. Ne risultarono reparti composti da giovani provenienti da medesimi villaggi e vallate, a volte dalle stesse famiglie, sicché ne venne un grande spirito di corpo. I nomi dei loro battaglioni furono, e sono tuttora, quelli dei loro paesi: Edolo, Tirano, Morbegno, e via dicendo. Fu la Prima guerra mondiale a esaltare il Corpo degli Alpini. Ne nacquero leggende e canzoni che lo resero popolarissimo. Pur nella sfortuna, l’epopea è continuata nella Seconda guerra mondiale, destinata peraltro a proseguire con l’attuale spedizione di alpini tra le insidiose montagne dell’Afghanistan. Le pagine più belle - tragiche ed eroiche - sono sicuramente quelle del fronte greco-albanese e del fronte russo degli anni ’40-43, che sono nella memoria di ogni italiano. Non c’è chi non sappia che cosa sono stati nell’epopea degli alpini il ponte di Perati, la sacca del Don e la ritirata di Russia. Sono storie che sanno di leggenda. Ecco ora un bel libro che arricchisce di magnifiche testimonianze la saga degli alpini. Il titolo è avvincente: Cantavamo Rosamunda (ed. Ferrari Grafiche), una canzone in auge negli anni 30-40, proprio durante la guerra. Del volume è autore un ex sottotenentino del battaglione Edolo, classe 1920, Leonardo Caprioli, bergamasco, che si arruolò volontario nel 1941, lasciando gli studi universitari. «Dalla campagna di Russia ai vertici dell’Associazione nazionale alpini», dice il sottotitolo del libro. Ne viene la storia di una generazione che si proietta fino alle soglie del XXI secolo con sentimenti che oggi, purtroppo, sono fuori moda. Caprioli è stato per 14 anni presidente dell’Ana, quasi una doppia lunga naia. Sono pagine autobiografiche: scuola militare di alpinismo ad Aosta, allievo ufficiale a Bassano del Grappa, fronte russo dal luglio 1942 al 1943. «Partii ragazzo - scrive Caprioli - tornai uomo». Un reduce che lasciò la propria giovinezza sui campi di neve dove caddero tanti suoi commilitoni. Un nonno materno di Caprioli fu con i Mille di Garibaldi, due suoi fratelli anch’essi in guerra, in Albania e in Russia. Uno, Nino, combatté sul Don, a poca distanza dalla postazione del fratello. Fu anche questa la guerra degli Alpini. Il racconto del Caprioli non è certo grande letteratura, ma è segnato da storie vere, talune sconvolgenti: il fratello Nino che bussa alla porta sbarrata di un’isba, dove Leonardo s’è rifugiato col suo reparto durante la ritirata; un alpino che si caccia sulle spalle un paesano accasciato sulla pista ghiacciata; un capitano (ne fa il nome: Grandi) che, morente, invita i suoi alpini, piangenti intorno a lui, a cantare la famosa canzone «Il testamento del capitano»; un alpino che prima di morirgli tra le braccia lo prega di mettergli in testa il cappello con mappina e penna. Frasi come questa: «Nella buca di neve mi scoprii a pregare il Gesù Bambino della mia infanzia»; «il cuore mi batteva forte». Sono pagine semplici, belle e commoventi. No, non è grande letteratura questo libro, ma va letto, va sfogliato - ci sono decine di foto -, tocca i sentimenti anche dei più duri. C’è un finale diretto ai politici, che vale la pena di annotare: «Non distruggeteci. Distruggereste una parte della nostra Italia, forse la più sincera e più bella, sicuramente la più leale». Retorica? Frasi banali? Ma che vada al diavolo chi lo pensa.

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