EPPURE 2000 ANNI FA QUI COSTRUIVANO STRADE "ETERNE"

Una voragine di dodici metri che si apre sotto il peso di un camion pieno di inerti in piazza santa Maria delle Fornaci a due passi da Piazza San Pietro. Ma dove siamo? A Roma, pare, la città che ha creato le strade, che già nel terzo secolo a.C. aveva costruito la «regina viarum», ossia la via Appia che partendo da Roma arrivava fino a Brindisi e che nell’arco di tre secoli giunse ad avere nel suo impero una rete stradale di 300.000 chilometri.
Ovviamente è già cominciato il rimpallo delle responsabilità: «Non è colpa nostra è colpa di quelli di prima, ci sono le ristrettezze, i lacci e lacciuoli, ci sono i tagli» e quant’altro. La colpa è certamente di qualcuno visto che le strade sono le nostre, visto che questo è il nostro Paese e quella la nostra gloriosa Capitale. Insomma per un verso o per l’altro la colpa è nostra, di tutti noi in grado di intendere e di volere.
Non c’è dubbio che la viabilità è il sistema nervoso di qualunque società avanzata, che la velocità del flusso dei trasporti è fondamentale: gli ingorghi, la lentezza esasperante di certi tragitti significa inquinamento, costi esorbitanti, stress, incidenti, deterioramento della qualità della vita, percezione da parte dei cittadini di uno stato di degrado e di arretratezza in un mondo che fa della velocità dei riflessi a livello economico l’essenza stessa del progresso.
Può darsi che in un futuro più o meno lontano le strade diventeranno un mezzo di comunicazione obsoleto quando il petrolio sarà finito o non più utilizzato, quando la densità della popolazione imporrà mezzi di trasporto collettivi di grande o grandissima capacità alternati a micro vetture urbane tipo autoscontri del luna park ma per ora e per parecchi anni ancora la qualità e l’efficienza delle strade comunali provinciali e nazionali sarà fondamentale. La loro importanza è tale che il collasso del sistema con la fine dell’impero romano ha di fatto creato il medioevo, anzi l’alto medioevo dove tutti ammazzavano tutti, tutti imponevano balzelli a tutti, nessuno che viaggiasse era sicuro in nessuna parte d’Italia e d’Europa, dove anche i pellegrini che andavano a Roma o - in seguito - a Santiago venivano sistematicamente taglieggiati, depredati, borseggiati, picchiati.
Eppure c’era stato un momento in cui si poteva viaggiare da Cadice (Iberia) a Hormusia (Golfo Persico) o da Eburacum (York, Scozia) a Siracusa (Sicilia) su strade pavimentate con un posto di ristoro, cambio di cavalli, albergo con lenzuola pulite ogni venticinque chilometri circa. Il tutto sotto la protezione di corpi dell’esercito che vigilavano e garantivano la sicurezza. C’erano perfino dei «commando» di corpi speciali usati per dare la caccia ai briganti di strada e toglierli di mezzo se necessario. Era un sistema per l’epoca incredibilmente avanzato nel senso che non solo permetteva lo spostamento di uomini e merci a velocità considerevoli ma ne garantiva sostanzialmente l’incolumità. Se poi uno era un cittadino romano, in qualunque parte del mondo si muovesse poteva ottenere assistenza e aiuto.
Questo sistema non era nato da un giorno all’altro, ovviamente, ma si era affermato e diffuso a mano a mano che si estendevano le conquiste. Il suo scopo infatti era stato all’inizio essenzialmente militare. Doveva permettere di spostare le legioni da un angolo all’altro del Mediterraneo nel minore tempo possibile: per esempio per muovere una legione dalla Britannia alla Siria con armi e bagagli bastavano meno di novanta giorni. A partire da Augusto venne creato il cursus publicus ossia il sistema imperiale di comunicazioni su strada organizzato in modo che un messaggio viaggiava giorno e notte e non si fermava mai né diminuiva di velocità a meno che non si determinassero condizioni di forza maggiore.
Il cursus ci è documentato dall'unica carta stradale che ci sia giunta (in copia medievale) dall’antichità ed è impressionante. Tutte le ottomila città dell’impero sono collegate fra di loro da strade pavimentate, ognuna di queste strade è tirata a fil di squadra in modo da essere il più rettilinea possibile, quando sale e scende dai monti è tracciata secondo la minore pendenza possibile e secondo percentuali fisse e stabilite tramite uno strumento chiamato corobate. Quando scavalca un fiume è dotata di un ponte ad arcate su piloni di calcestruzzo racchiusi in paramenti di pietra massiccia e con ampie finestrature fra gli archi per permettere il deflusso delle acque in piena e ridurre al massimo l’attrito contro la struttura. Se incontrava una palude o un territorio soggetto a inondazioni la strada veniva fatta scorrere su un terrapieno alto anche due metri sul livello di campagna.
La pavimentazione era indistruttibile. Dotata di canalette di sgrondo, di marciapiede (crepidoma) e di piste laterali in terra battuta perché pecore e asini non intralciassero il traffico principale in teoria avrebbe potuto durare per sempre. In ogni caso c’erano dei magistrati (curatores viarum, responsabili della manutenzione) Ancora settant’anni fa il 75% del traffico nazionale in Italia si svolgeva sulle vie consolari e molti ponti romani come quello di Tiberio a Rimini sull’Emilia ancora sopportavano il traffico pesante senza fare una piega.
Quando questo sistema collassò il mondo precipitò nel buio per alcuni secoli.