Eppure «Il Codice» e «The Passion» sbancano il botteghino

Disney è stato sconfitto. Dio invece è vivo e sta benissimo. È questo il segreto del Codice che non vogliono raccontarci. Sono passati già due anni dalla rivoluzione di Mel Gibson quando The Passion riuscì ad abbattere il pluridecennale «teorema» costruito da Disney. Secondo l'inventore di Topolino, tutto ciò che solleciti il credo religioso degli spettatori è destinato a dividere il pubblico e, quindi, a decimare gli incassi dei film. Lo confermerebbe una recentissima indagine di Entertainment Weekly: sono proprio i film religiosi come The Passion a suscitare i dibattiti più ampi della storia del cinema. Disney abolì dai cartoons i crocefissi, le preghiere, i luoghi di culto e anche i più innocui richiami alla dinamica familiare tradizionale. Qui, Quo e Qua per decenni hanno vissuto con lo zio, orfani per una logica commerciale che aveva cancellato dai set cinematografici anche il più lontano rimando alla Sacra Famiglia di Betlemme di duemila anni fa. Tutto questo fino all'arrivo di Gibson. Gli incassi del suo The Passion dimostrarono infatti che il mistero di Dio affascina gli spettatori di tutto il mondo indipendentemente dalle divisioni culturali, etniche e religiose paventate da Disney e dalle Major. È il segreto ancora oggi, a due anni di distanza, dell'altro successo planetario, quello del Codice da Vinci prodotto dalla Sony, un'opera destinata fin dall'inizio a gettare benzina sul fuoco del dibattito fra credenti e non credenti (o, come amava dire Giovanni Paolo II, fra i «credenti e coloro che invece credono di non credere»). Dio è vivo e, a vedere i dati dei boxoffice internazionali, sta veramente benissimo. Qualche tempo fa, studiosi ed esperti (c'era anche Francesco Alberoni) si riunirono a Roma per denunciare la scomparsa di Dio dai palinsesti delle tv di tutto il mondo. I dirigenti della televisione negano l'esistenza del trascendente e boicottano i contenuti religiosi, ma poi vengono smentiti dai dati di ascolto delle fiction tratte dalla Sacre Scritture, venne spiegato allora. È proprio quello che alla fine, faticosamente, ha capito l’industria cinematografica con la Passione, Il Codice e i loro cloni già numerosi (come il blasfemo Omen o il più ortodosso Nativity, le cui riprese si stanno chiudendo proprio in questi giorni sullo stesso set di Gibson a Matera). «È proprio questo il fascino che infatti ancora oggi, a distanza di duemila anni, Gesù riesce ad esercitare sugli uomini, registi cinematografici compresi», disse a Venezia durante il festival il Cardinal Paul Poupard, ex rettore della Sorbona e presidente del Pontificio Consiglio della cultura. Ma è difficile fare i conti con la realtà. C'è un'altra storia che non ci vogliono raccontare, recitano i supporters di Dan Brown. Siamo stati premiati proprio perché raccontiamo la verità scomoda che altri vogliono nascondere, insistono. I loro cipigli seriosi sono in contrasto con il volto sorridente di Pippo Corigliano, portavoce dell'Opus Dei. «La pubblicità involontaria del Codice ci ha giovato. Dopo le bugie di Dan Brown la gente ci ha potuto conoscere per quello che siamo realmente. Un'operazione di trasparenza che ci sta portando nuove e inaspettate simpatie». Sul web, però, si legge anche che è stata tutta una montatura e che la Sony, con marketing raffinato e malandrino, portò alcuni inconsapevoli censori a sparlare del Codice dando il via così alla pubblicità involontaria e gratuita. «Un autentico complotto», ha denunciato Barbara Nicolosi, cattolica ortodossa, americana ed esperta di cinema e religione. «Una vera e propria passione invece – spiega un pacato funzionario della Curia romana -, un fiume di parole e una montagna di biglietti strappati che dimostrano, meglio di mille convegni, che Dio è vivo e che è ben presente nella vita degli uomini. Una realtà storica, quella di Gesù, in grado di accendere il nostro interesse ancora oggi, dopo duemila anni. Nell'epoca della vacuità delle immagini tv e del predominio innaturale della tecnologia è la speranza di cui abbiamo ancora bisogno».