Eppure no «Kammerspiel» non è di Baricco

«Prendi Anna che ha una figlia illegittima da Vronskij, il marito non le concede il divorzio, la società la stigmatizza e lei si butta sotto il treno. Antigone si impicca, Emone si dà la morte sotto gli occhi del padre. Prendi la tua tazza storica del caffellatte che usi da vent’anni e che un bel giorno cade per terra e si rompe. Ecco, se pensi a queste cose è automatico che ti monti in gola la bolla del pianto».
A proposito di automatismi: sembra una pagina di Baricco, vero? C’è tutto: l’uso della seconda persona singolare, il gioco di sponda fra cultura alta ed everyday life, e poi la crisi emotiva, effetto di una piccola catastrofe... Solo che non è Baricco. È un passo di Kammerspiel, l’ultimo lavoro di Paolo Colagrande. Autore di romanzi forsennatamente elogiati dalla stampa, Colagrande è uno dei rari geni della lampada apparso di recente ai critici letterari. Le sue opere sono talmente appaganti da lasciar sospettare che si tratti di una proiezione, della soddisfazione allucinatoria di un inconfessabile desiderio. Non il sonno, dunque: è stata la veglia della ragione a generare mostri. A furia di auspicare il ritorno del Grande Autore Italiano, esso è comparso d’un tratto sulla scena letteraria, direttamente dalla buca del suggeritore.
E con l’increscioso influsso di Baricco, come la mettiamo? Niente paura: dopo il disastro della tazza del caffellatte Colagrande dà un colpo di volante e riprende il controllo del mezzo. Già il capitolo successivo è esente da cadute nel midcult: «Come si può notare, nell’ambiente c’è una concentrazione di particelle instabili e discontinue che avvicinano il cosmo al punto terminale della freccia termodinamica». Subito i lettori più avveduti tirano un sospiro di sollievo, rassicurati da tanta scienza: ma riuscirà, si chiedono, a tener duro fino alla fine? All’orizzonte, intanto, una sagoma con i ricci si allontana frettolosamente e scompare dietro un albero.