Equilibrismi impossibili

Ora che l’amministrazione Bush ha deciso di stringere un cordone sanitario attorno ad Hamas, diventa necessario conoscere il pensiero di Romano Prodi sulle scelte che, in caso di vittoria, il suo governo compirebbe nei confronti di Israele e dell’Anp. Finora il candidato premier del centrosinistra ha evitato di impegnarsi sull’argomento, è sfuggito qualche giorno fa ad una sollecitazione filo-palestinese di Rossana Rossanda e ha preso tempo di fronte a precise domande rivoltegli da Angelo Panebianco in uno dei rari spunti dubbiosi sull’Unione, apparsi sul Corriere della sera. Adesso avrà difficoltà a sottrarsi ad una risposta, che comporta una scelta precisa non tanto fra l’essere o no d’accordo con Washington, quanto fra la democrazia israeliana e un’organizzazione politico-terroristica che si è fatta Stato. Ma che può dire? Può dire poco perché, nell’alleanza che guida, il peso di chi vede in Israele il problema e nell’appoggio all’Anp la sua soluzione è infinitamente superiore a quello di chi la pensa in modo diverso.
La simpatia di Rutelli per Olmert e la vecchia battaglia del duo Pannella-Bonino per la democratizzazione del Medio Oriente rappresentano solo un’eccezione, rispetto all’asse dominante che va dai “senza se e senza ma” delle forze antagoniste fino alle ambiguità dei ds. Si tratta di due visioni difficilmente conciliabili: la prima vede nell’unilateralismo di Gerusalemme la condizione della stabilità, l’altra sorvola sulla natura terroristica di Hamas e punta su un impossibile dialogo fra le parti. Non c’è un punto d’equilibrio possibile. In realtà Prodi finora non ha voluto sciogliere alcun dilemma. Tutta la sua politica, in questi anni, penso soprattutto a quando era a capo della Commissione di Bruxelles, si è contraddistinta per un’ostilità di fondo nei confronti del governo di Sharon, con un pregiudizio che l’ha indotto a commettere un errore dopo l’altro. Ha sottovalutato la pericolosità della crisi del potere di Arafat e di quella miscela esplosiva composta dalla corruzione (alimentata oltretutto dai fondi europei) e dal terrorismo che ha avuto l’effetto di rilanciare Hamas. Ha contestato tutte le scelte con cui la democrazia israeliana ha fronteggiato la minaccia della seconda intifada, scambiando la costruzione del “muro difensivo” per un atto offensivo. Soprattutto ha continuato a vedere nel conflitto israelo-palestinese anche la prosecuzione della rivalità tra la decadente Europa franco-tedesca e l’internazionalismo americano, senza accorgersi del ribaltamento del quadro provocato dall’11 settembre.
E poi perché dovrebbe ammettere che in questi cinque anni il governo della Casa delle libertà, rompendo con una vecchia tradizione della Farnesina e di Palazzo Chigi, ha compiuto delle scelte giuste e previdenti, su quello scacchiere così importante ed emblematico per la politica estera di un Paese come l’Italia? Anzi, proprio quello della politica internazionale è uno dei punti dell’ossessione abrogazionista di ciò che ha fatto il centro-destra. Le 281 pagine del programma del centrosinistra sono, al proposito, chiare. Indicano un intento neo-neutralista su tutti i punti di crisi e ripropongono l’illusione di due Occidenti separati e di un ruolo europeo che non è mai esistito, che è fallito ad ogni prova – di recente anche nella trattativa sul nucleare con l’Iran – e che ha sempre pagato un alto prezzo al credito accordato di volta in volta ad interlocutori come Arafat, Saddam, Assad o Gheddafi. Ma chi ambisce a governare nel nome della serietà dovrebbe sentire il dovere di dire con chiarezza se sta dalla parte della democrazia israeliana o dalla parte di Hamas.
Renzo Foa