Equivoci degli «asini» ulivisti

Il problema economico principale dell'Italia sono le idee sbagliate o asservite sull'economia prodotte dal corpo grosso che domina la comunicazione in materia.
Su queste pagine avevamo ipotizzato fin dal 1996 l'effetto impoverente di un euro maldisegnato che poi si è avverato. In quegli anni il corpo grosso dei commentatori italiani, tutti di sinistra, additò me, Antonio Martino, Giulio Tremonti come euroscettici delegittimando a priori le nostre analisi. Quando nel libro Il Fantasma della povertà del 1995 Tremonti ed io anticipammo i fenomeni di crisi competitiva oggi evidenti a tutti, il medesimo corpo grosso li negò o li irrise perché implicavano un cambiamento sostanziale del welfare. Infatti nel 1996 Prodi condusse la campagna elettorale promettendo che non sarebbe stato necessario cambiare modello e che ogni problema di globalizzazione sarebbe stato risolto dall'euro. Errore terribile. Ma il corpo grosso non lo criticò. Chi lo fece - noi che in tanti qui lo scrivemmo - trattati come paria. Quando Tremonti, dal 2003 in poi, avvertì gli italiani che la cessione di sovranità economica all'Europa toglieva strumenti di politica economica al governo, il corpo grosso lo accusò di voler così coprire i suoi presunti errori. Quando nel 2001 Paolo Savona ed io spiegammo in Sovranità & ricchezza che la cessione di sovranità economica deve essere bilanciata da un ritorno di simile capacità, pena l'impoverimento, una istituzione corpogrossista ci premiò per il libro, ma nella cerimonia una collega si chiese cosa c'entrasse la sovranità nazionale con l'economia. Quasi piangemmo. Ora la perdita di capacità di governo nazionale dell'economia nel sistema europeo è il massimo problema riconosciuto da tutti. Nei mesi scorsi ho anticipato, argomentando i motivi, la ripresa dell'economia che ora i dati Istat certificano. Mi sono arrivati i peggiori insulti dal corpo grosso. Oggi la crescita c'è ed abbiamo il problema di come preservarla nei limiti dei pochi mezzi nazionali per riuscirci. Le soluzioni ci sono, ma come tentare almeno di discuterle se l'opinione pubblica è dominata da commentatori ed economisti leali più alla sinistra che all'analisi razionale e scientifica della realtà?
Non lo so, suggerite, ma ritengo debba diventare oggetto di dibattito la inaccettabile bassa qualità tecnica ed immoralità di chi domina l'opinione pubblica in economia. In particolare, l'effetto devastante prodotto dagli economisti e commentatori di sinistra è quello di far credere a tanti, troppi, lettori e telespettatori che sia possibile creare e mantenere la ricchezza con alte tasse, mercato del lavoro rigido, in generale con l'apparato di modello quasi sovietico che ci ritroviamo. Da un lato, è certamente possibile mantenere tecnicamente in vita tale modello, ma al prezzo di perdere ogni anno quote di ricchezza non più rinnovabile. In sintesi, gli economisti e cantori di sinistra imbrogliano la gente certificando l'illusione che la possibilità di rallentare la decadenza di un sistema economico equivalga ad una sua buona gestione. Non è vero, non è possibile. Ed ora un governo di sinistra si appresta a trasformare in misure concrete l'idea di conservare la forma inefficiente del welfare, peggiorandola. Con la complicazione di un regime persecutorio per quella parte d'Italia (Nord e Adriatico) che crea ricchezza tirando il resto che non lo fa. Il punto: tali errori ed orrori sono stati già fatti dal 1996 al 2001 e l'Italia economica è sopravvissuta, pur a fatica, ma ora è improbabile che la nostra economia riuscirà a sostenerli senza soffrire danni irreparabili perché le condizioni esterne sono più stringenti. Abbiamo meno spazio per errori. E c'è un'opinione pubblica rossificata in materia economica che non sa o non vuole segnalarli, favorendoli per deficit di critica e conformismo compiacente. Per questo chiedo agli economisti e ricercatori di scuola realista e razionale di uscire dal silenzio, di superare la paura di andare contro il corpo grosso ed il suo potere, di avere coraggio. Senza qualificazione della cultura economica e della sua comunicazione non potremo difendere e, poi, riformare l'economia reale.
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