Gli equivoci delle primarie

Federico Guiglia

Si va dai colpi di fulmine agli addii senza rancore. Ma il risultato delle «cotte» che la politica italiana continua a prendere per le modelle, pardon, i modelli istituzionali stranieri è esilarante: non si fa in tempo a innamorarsi del «sistema elettorale tedesco», per esempio, dedicando un fiume di politologia per spiegare quanto sarebbe bello e vigoroso per il debole bipolarismo all’italiana, che all’improvviso il corteggiamento finisce e sparisce dalle dotte analisi dei giornali. Che è successo? È successo che i creduloni sono rimasti sedotti e abbandonati dopo il pareggio paralizzante del voto in Germania: metà Paese sta a sinistra, metà sta dall’altra parte della barricata. E neanche il perfezionismo teutonico può cambiare la volontà del popolo sovrano. Perché il metodo non può mai rovesciare il merito del voto, alla fine. E se c’è una maggioranza democraticamente eletta, non esiste, non può esistere sistema al mondo che la trasformi in minoranza.
Adesso il «feeling» riguarda le Primarie americane, essendosi l’amore della politica italiana trasferitosi dalla vecchia e deludente Europa ai più nuovi e attraenti Stati Uniti. Da tempo l’ossessione ha fatto perdere la testa al centrosinistra, che si è arreso a fare l’americano. Ma la gelosia è un brutto tarlo, si sa, e ora toccherà (o toccherebbe) al centrodestra. Peccato che ai neofiti di entrambi i poli nessuno abbia ancora aperto gli occhi su una conseguenza piuttosto - come dire? - vistosa del modello americano: le Primarie non hanno finora evitato che la Casa Bianca passi di padre in figlio (Bush) e forse presto anche di marito in moglie (Clinton). Saranno, anzi, sono delle Primarie aperte, libere, trasparenti. Però sarà curioso se, nonostante l’apertura, la libertà e la trasparenza, fra gli oltre 270 milioni di cittadini in America alla fin fine la contesa si sia ridotta ai figli di papà e alle mogli di marito (o al marito della moglie, come forse sarebbe più corretto dire). E il tutto negli ultimi anni (diciassette, per la precisione). E senza ricordare che oltre al padre e al figlio (Bush) c’è pure un fratello della dinastia alla guida della Florida. E che al voto nazionale si presenta metà della popolazione, solamente.
Lungi da noi il sospetto che la grande democrazia degli States rischi di lasciare il posto a una lotta di potere tra famiglie famose e danarose: lasciamo volentieri ai «liberal», che poi sarebbero i progressisti, il provincialismo dell’antiamericanismo. E poi guai al maccartismo antiereditario: figli, mogli e mariti possono rivelarsi degli ottimi governanti all’ombra di mamma e papà (e delle mogli). Vogliamo unicamente rimarcare che pure e persino nei sistemi di collaudata e indiscussa libertà, anche istituzionale, non mancano le stravaganze. Nessuno è perfetto né in Germania né in America, e non solo in Italia come invece ritengono gli spasimanti di qui, i quali soffrono di una malattia, poveretti, chiamata vittimismo: tutto ciò che è italiano è sempre meno seducente rispetto a quel che sfila nel resto dell’universo. Sognando il prato del vicino come il più verde, essi vanno all’eterna ricerca di nuove, vecchie esperienze dall’estero. Il disincanto continuo.
Se poi si paragona come si svolgono le Primarie di partito negli Usa a come si svolgeranno quelle di coalizione in Italia, s’avrà la conferma del colpo di testa. Ma l’amore, si sa, acceca e pertanto non servirebbe a nulla far notare le differenze; a cominciare da quella, non proprio irrilevante, che là si sfidano tra loro per poi vincere con l’avversario, mentre qui il giochino sembra quello di sfidare gli alleati per perdere con l’avversario. Tutto avviene all’incontrario. Ma evidentemente è una questione secondaria per chi s’è invaghito delle Primarie.
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