«E.R.»: DODICI SERIE IN PIENA SALUTE

L’anno appena iniziato ha portato, tra le prime novità televisive, l’avvio degli episodi della dodicesima stagione di E.R. (lunedì su Raidue, ore 21), serie americana per la quale si può tranquillamente scomodare l’abusata definizione di culto. Passano i lustri ma E.R. non perde la sua capacità di inchiodare davanti al video gli spettatori. È una constatazione che vale doppio, considerando che al suo apparire questa serie ispirata al libro di Michael Crichton Casi di emergenza era davvero una novità in un campo, quello medico-ospedaliero, che non aveva ancora conosciuto la successiva proliferazione di telefilm orientati verso questo specifico settore. All’inizio degli anni Novanta non si pensava ancora di poter trattare in modo così realisticamente crudo il grande tabù della malattia e di descrivere senza sentimentalismo il rapporto medico-paziente, sganciandolo dall’agiografia a tinte sempre dolci così come ce lo aveva consegnato una certa etica televisiva, dal dottor Manson della Cittadella in poi tanto per rimanere un attimo ai confini di casa nostra. E.R. è stato il capostipite di un nuovo modo di incidere ed estirpare, attraverso la metafora del bisturi, l’abitudine un po’ ipocrita di non parlare mai della morte in modo diretto e senza cadere nel rischio del cinismo gratuito. Continua ad essere, con il passare degli anni, anche una scuola di sceneggiatura a più piani, un esempio di scrittura che riesce a fondere con equilibrio il racconto delle concitate fasi di intervento medico in un pronto soccorso con lo sviluppo delle relazioni sentimentali tra i personaggi protagonisti. Un altro punto di forza è la capacità di ovviare all’uscita di scena di tanti attori importanti, primo fra tutti George Clooney, senza risentirne in modo decisivo. Questo è un segnale di grande salute, oltre che un destino riservato a pochi prodotti nella storia televisiva che di solito fa apparire sbiadite, dopo appena due o tre stagioni, tante serie che avevano iniziato in modo sfolgorante. Tra i personaggi rimasti più a lungo in sella spicca soprattutto la severa e puntigliosa dottoressa Kerry Weaver (Laura Innes), ma il punto di forza di questa fiction è nel lavoro di gruppo, nella messa a fuoco puntuale di tanti protagonisti che si dividono la scena e il gradimento del pubblico. Altre serie di successo che stanno cavalcando il felice filone ospedaliero aperto da E.R., come ad esempio l’ottimo Dr. House, hanno bisogno di focalizzare l’attenzione attorno a un unico personaggio-calamita, senza preoccuparsi troppo dei personaggi di contorno. E.R. si permette il lusso di caratterizzare con la stessa attenzione svariati ruoli, e questo è un altro motivo della sua meritata longevità.