Er Pecora ora fa l’agnellino «Le mie idee? Sconfitte E se Alemanno mi vuole...»

Divisi da un’antica lite, ci limitiamo a pochi convenevoli. Poi, il caldo soffocante nel suo ufficio alla Provincia di Roma – dove Teodoro Buontempo parcheggia dopo la bocciatura elettorale – ci induce a toglierci le giacche. Lo facciamo simultaneamente come per darcele di santa ragione. Sembra la comica ripetizione del nostro vecchio match, al punto che l’attuale presidente della Destra esclama: «Fra noi c’è ruggine. Ma tra gente seria tutto si supera». «Certo», dico e lascio correre. Nel caso, torno sulla vicenda più avanti.
«Trombato alla Camera dopo 16 anni, oggi modesto consigliere provinciale. Cosa prova?», chiedo.
«Sono più sereno. Non amo un Parlamento dove si è nominati anziché eletti. Il deputato non è più il padrone di se stesso. Appartiene a chi gli ha fatto il dono della candidatura. L’etica della politica scompare», dice, muovendo a ogni parola il suo inconfondibile baffetto, ormai grigio.
«Se non avesse abbandonato An per la Destra storaciana, sarebbe parlamentare. Chi glielo ha fatto fare?».
«La fedeltà alle idee ha un prezzo. A Fiuggi, nel ’94, mi sono opposto allo scioglimento del Msi. In An dicevano che avevo il torcicollo».
«Torcicollo, con quel collo?», ce l’ha grosso e sodo.
«Secondo loro, i modernisti!, io guardavo all’indietro. Con la nascita della Destra sono uscito da una situazione falsa».
«Falsa in che senso?».
«Perché in An si dava un’immagine negativa della nostra storia. Come se il Msi fosse stato guerrafondaio, razzista, ecc. Una caricatura. Lasciando An ho difeso la mia vita politica. Volevo fare sapere ai miei figli che non ero stato un pazzo a ruota libera».
«Intanto, i suoi ex camerati sono ministri».
«Sono contento. Ma mi amareggia che dimentichino le radici».
«Siete usciti da An per protesta contro i “tradimenti” di Fini. Solo 900mila elettori vi hanno seguito», osservo.
«Avremmo anche accettato un cartello elettorale con il Pdl, sacrificando temporaneamente il nostro nome. Ma ci hanno chiesto di scioglierci. Impossibile. Berlusconi, poi, che era stato padrino del nostro partito, sbandierando il suo sostegno, ci ha voltato le spalle».
«Non spiega l’insuccesso».
«L’elettorato voleva spasmodicamente la vittoria del centrodestra. Così, quando il Cav ha chiesto di non votarci, la gente ha abboccato temendo la dispersione del voto. La pochezza di Veltroni, che negli ultimi giorni mentiva dicendo che il Pd aveva raggiunto il Pdl, ha fatto il resto. Gli elettori hanno stretto i ranghi e noi ci abbiamo rimesso».
«La vostra leader, Daniela Santanchè, vuole riallacciare col Cav».
«Tutti d’accordo per esaminare la possibilità di riunire il centrodestra. Siamo di centrodestra. È escluso però un nostro scioglimento nel Pdl. La diffidenza è legittima: siamo stati letteralmente traditi».
«Si dice che – nonostante le diffidenze – lei sarà assessore nella giunta Alemanno», gli ricordo.
«Fare l’assessore alle Periferie romane, mi affascinerebbe. A tre condizioni. Riaprire un rapporto col centrodestra. Un piano Marshall di aiuto finanziario alle periferie. Piena libertà di idee, senza mordacchie, per continuare la mia battaglia come presidente della Destra», dice Teodoro che, oltre al baffetto, ha grigio anche il testone, una volta cespuglioso e oggi fresco di barbiere. Si è pure asciugato un po’. Altrettanti segnali che i 62 anni si fanno strada.
«Tornerà alla ribalta o la sua stagione è conclusa?».
«La differenza tra un vecchio e un giovane non sta nel fisico, ma nell’orizzonte. Da vecchi, si accorcia. Però, se si è ancora capaci di sognare, si è giovani. E io sogno, ho grandi energie e senza la politica sarei morto».
«Qual è il bilancio della sua vita politica?».
«Quando, ragazzo, venni a Roma dall’Abruzzo dormivo in una Cinquecento o sul marciapiede della Stazione Termini. Poi sono diventato giornalista, deputato, ho fondato radio e giornali. Ho tre figli. Sono stato dodici anni fidanzato, sono – a differenza di tanti politici di destra e di sinistra – sposato da 24 anni. Ho avuto più di quanto sperassi. Politicamente, invece, ho un’amarezza: le mie idee non hanno sfondato. Ma questo mi spinge a riprovarci e a fare politica».
«An finirà nel Ppe, la Dc europea».
«Se fosse una confederazione di partiti di centrodestra, niente di scandaloso. Ma confluire prima nel Pdl per poi affogare nel Ppe, perdendo la propria identità come ha fatto An, è sbagliato».
«Pensando alla parabola di Fini, Gasparri, Alemanno, Ciccio Storace ha detto: “Una generazione di incendiari, è finita pompiere”».
«Erano tutti ragazzi eccezionali. Coraggiosi, di fede, che hanno rischiato. Poi, si sono piegati all’orgia del potere».
«Linguaggio salgariano».
«Correggo. Oggi sono eguali agli altri e, talvolta, governano come quelli che volevano sconfiggere».
«Ergo?».
«Finita questa stagione, non avranno molto futuro».
«Lei si sente ancora un incendiario?».
«Nonostante i cliché su di me, nessuno che mi conosca mi considera tale. Negli anni ’70, ho distolto tanti giovani dall’estremismo», dice con un viso dolce da serafino. È compiaciuto e si sente buono. Ora lo sistemo io.
L’ultima volta che ci siano visti fu 12 anni fa in Transatlantico. Mi caracollò addosso e mi dette un pugno.
«Un pugno... Fu più una spinta».
Un pugno allo sterno. Non forte per la verità.
«Lei certe volte scrive cose eccessive. Io però la stimo molto».
Mi ha definito un killer.
«Avevo l’impressione che lei colpisse a comando e troppo duramente. Anch’io combatto l’avversario, ma ci passo il velluto sopra».
Non ho avversari: scrivo quello che so. Pensa tuttora che sia un killer?
«Con la maturità tutti migliorano».
Non le restituii il pugno. Lo apprezzò o avrebbe preferito un match?
«Lei rappresentava un intoccabile che, qualsiasi cosa scrivesse, avrebbe comunque avuto la stima di tutti. Ho voluto essere schietto. Lei ha espresso un giudizio con la penna, io l’ho manifestato fisicamente».
Prima ci davamo del tu all’uso dei giornalisti. Passando al lei, cosa vuole dimostrare?
«Col lei stabilisco un rapporto di cordialità e rispetto. Il tu, con la pacca sulla spalla, è una volgarità se manca un’amicizia intima. Il mio è un lei nobile. Non respingo, rispetto i ruoli».
Sono d’accordo.
«Mi fa piacere».
Prima dormiva nella Cinquecento, oggi ha i figli educati in Inghilterra. Un risarcimento?
«In questi giorni, mia figlia si è laureata in Architettura a Oxford. Non è una rivalsa, ma la conquista del futuro. Ai figli non si lasciano ricchezze, ma si danno gli strumenti per la vita. I miei ragazzi studiano da otto anni il cinese e l’inglese è quasi la loro madre lingua. Ma hanno due paia di scarpe, uno per tutti giorni, l’altro di ricambio».
Fini definì il fascismo delle leggi razziali «male assoluto». Lei cosa pensa delle leggi razziali?
«Chi è nato politicamente come minoranza esclusa, non può che rispettare le minoranze. Mi arrabbiai con Fini perché sembrava prendere le distanze da un passato razzista del Msi che non c’è mai stato. Nessuno di noi, a cominciare da Almirante, è stato razzista».
La Comunità ebraica si pronunciò contro il vostro appoggio ad Alemanno.
«Non confondo il cittadino italiano di religione ebraica col cittadino italiano di religione ebraica, ma comunista. Fu la sinistra della Comunità a fare il proclama. Io ho un attestato che mi ha consegnato un ministro d’Israele, davanti a centinaia di testimoni, che dice: “A T.B. messaggero di pace dello Stato d’Israele”».
Un parallelo tra Almirante e Fini.
«Opposti. Almirante ha lottato per i propri ideali. Fini ha cercato di piacere agli altri. In comune hanno la sincerità. Almirante ha sempre detto che voleva combattere il sistema. Fini non ha mai nascosto di volersi integrare».
Alemanno?
«Poteva rappresentare un’alternativa a una classe dirigente che guardava più alla poltrona che a un progetto. Ha sciupato questa ricchezza per assimilarsi».
Il Cav?
«Ne avevo grande stima pur non condividendone il liberismo. Oggi sono deluso».
Veltroni?
«È fasullo. Un imitatore di contenuti altrui. Non ha costruito nulla, recitando delle parti. Non ha alcuna capacità di costruire un futuro per la sinistra».
Di Pietro è l’onesto che si proclama o lo scroccone della Mercedes?
«È più intelligente di quanto appaia. Ha colto il momento di indignazione contro la casta. Se avesse avuto comportamenti personali più consoni, oggi potrebbe essere un’alternativa. Inoltre, odia troppo».
Di Alemanno sindaco non si è visto molto.
«Ha seguito alla lettera il programma di Rutelli. Invece di promuovere la Giornata della Pacificazione nazionale, ha esaltato la “liberazione” del 25 aprile. Poi, per intitolare una strada ad Almirante, ne ha proposta una per Fanfani, Berlinguer e Craxi. Una frittata, povero Almirante».
Se sono un killer, perché ha accettato l'intervista?
«Perché è bene guardare il nemico in faccia».