Er Piotta dell’economia che sogna il fisco etico

Caro dottor Granzotto, potrei gentilmente conoscere le competenze in materie economiche del signor o dottor Cento, appena nominato sottosegretario ad un ministero così importante e delicato? È laureato in economia? Ha conseguito una licenza liceale? Sarei grata se potesse risolvermi questa piccola o grande perplessità.
Cetty Napolitano Napoli

Laureato in giurisprudenza, gentile lettrice: Paolo Cento detto er piotta è laureato in giurisprudenza. È dottore. In quanto alle sue competenze in materia economica – di riffa o di raffa è pur sempre viceministro all’Economia e Finanze – esse risultano molteplici e non di rado pittoresche. A suo tempo – quando cioè militava nella signorile compagine Lotta Continua per il Comunismo - fu un teorico dell’esproprio proletario («gli espropri non sono una rapina ma una spesa sociale») che se non risolve pienamente il problema della fame nel mondo, certo aiuta. In seguito fu animoso sostenitore della Tobin Tax (la trattenuta fiscale su tutte le rendite finanziarie del globo) e nonostante essa sia stata ripudiata perfino dai black block, che non sono proprio degli agnellini, lui ci crede ancora e si prepara a rilanciarla in qualità di statista. Sempre in qualità di statista e mandando in cantina tutti i classici dell’economia, Paolo Cento è poi un partigiano del pauperismo di Stato, nozione riassunta in una sua celebre sebbene sintatticamente sgangherata sentenza: «Cominciamo a ragionare senza tabù che la crescita economica non è di per sé un bene». Stia pur certa, gentile lettrice, che er piotta si farà in quattro per frenare dapprima e reprimere poi ogni accenno di ripresa e di sviluppo. Ci mette niente, un tipo così.
Ma questo è niente: i pezzi da novanta dell’armamentario politico-economico di Paolo Cento sono e restano – ne sa qualcosa il povero Padoa-Schioppa – il «bilancio partecipativo» e il «fisco etico». Cercherò di spiegarle per sommi capi di cosa si tratta. Il concetto di «bilancio partecipativo» rampolla a Porto Alegre nel corso dell’ormai leggendario Forum noglobal del 2001 e si definisce come un «processo decisionale che consiste in un'apertura della macchina statale alla partecipazione diretta ed effettiva della popolazione nell'assunzione di decisioni sugli obiettivi e la distribuzione degli investimenti pubblici». In sostanza il meccanismo della democrazia - popolo sovrano che elegge i suoi rappresentanti che a loro volta esprimono un governo il quale è legittimato a governare – viene semplicemente fatto a pezzi: a governare sarà il popolo che nei singoli componenti avrà diritto di intromettersi nelle scelte dell’esecutivo imponendo come vincolanti le proprie scelte. In pratica, il caos, l’anarchia. Ma tanto che importa? Paolo Cento mica lo vuol vedere crescere il Paese: dobbiamo o non dobbiamo «cominciare a ragionare senza tabù che la crescita economica non è di per sé un bene»?
Il secondo bombardone, il «fisco etico», è invece solita solfa giacobina perché sta a significare, parole de er piotta, «usare la leva fiscale per modificare i consumi». Insomma, Paolo Cento vuole costringerci a farci piacere ciò che per il nostro stupido modo di pensare non ci piace. E intende farlo tartassando di imposte quanto a noi soddisfa per obbligarci ad acquistare ciò che invece soddisfa a lui e che quindi deve obbligatoriamente soddisfare anche noi. A questo punto, incoraggiati dalla sentenza della Cassazione secondo la quale «non si tratta di gratuita aggressione alla persona, ma di forte critica che può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la sua posizione pubblica», potremmo dare a Paolo Cento del buffone. Ma non lo facciamo. Lui che c’entra? C’entra colui che l’ha nominato sottosegretario e che risultando in «posizione pubblica» elevatissima a rigor di bazzica più d’ogni altro si merita l’epiteto.