«Era diventata una scelta inevitabile»

Claudio Pompei

da Roma

«Non solo non ci vedo nulla di strano, ma mi sembra la soluzione più logica che si potesse adottare in questa circostanza. Sempreché, ovviamente, il provvedimento riceva l’ok definitivo da parte della Camera». Sull’estensione dei poteri di polizia giudiziaria alle forze armate, prevista dal decreto sulla Pubblica amministrazione licenziato dal Senato e approdato a Montecitorio, non nutre dubbi di sorta il generale Antonino Torre, profondo conoscitore del mondo islamico e con una notevole esperienza maturata in molte delle «missioni di pace» italiane all’estero, dal Libano (1983) alla prima guerra del Golfo (1991), dalla Somalia (1993) all’Albania (1997).
Generale, qualcuno, però, soprattutto a sinistra, storce la bocca sui «soldati-poliziotti»...
«E perché mai? Storicamente il nostro Esercito ha sempre svolto compiti di polizia quando le circostanze lo richiedevano. Addirittura negli anni successivi all’unità d’Italia, ma più recentemente gli esempi abbondano: dalla rivolta di Reggio alla Forza Paris, per contrastare l’anonima sequestri in Sardegna; dalla lotta alle Br subito dopo il sequestro Moro all’operazione Vespri siciliani contro la mafia».
Ma c’è chi continua a guardare con sospetto i poteri concessi all’Esercito.
«Forse fino a qualche tempo fa si potevano comprendere certe remore. Intendo dire che quando esisteva ancora il servizio di leva, non ci si poteva fidare ciecamente di ragazzi poco esperti, ma oggi abbiamo fior fior di professionisti che sanno il fatto loro. Le dirò di più. Le nostre forze armate già svolgono compiti di polizia giudiziaria in tutte le missioni all’estero, anche dove ci sono i carabinieri come polizia militare: fanno i check-point, fermano le auto, controllano i documenti, sequestrano armi e compiono arresti».
Sì, ma lo fanno in aree di crisi...
«Mi pare che gli avvenimenti più recenti dimostrino che tutti i Paesi occidentali sono di fronte a una minaccia, come quella del terrorismo islamico, che non conosce confini. Comunque già da tempo i nostri soldati sono impegnati nell’Operazione Domino a protezione di porti, aeroporti, centrali idroelettriche. Insomma di tutte le strutture considerate “obiettivi sensibili”, come si dice in gergo».
Secondo lei i poteri di polizia all’Esercito possono costituire una garanzia contro il rischio di attentati terroristici?
«Come hanno dimostrato le bombe a Londra, la prevenzione, per quanto capillare, non mette del tutto al riparo da questi pericoli. Effettuare controlli a tappeto in un Paese come il nostro significherebbe bloccare la vita civile, le attività commerciali, i trasporti. Però l’impiego di militari, anche con compiti di polizia giudiziaria, aiuta sicuramente ad avere un controllo più esteso del territorio. Non solo: la loro stessa presenza, coordinata con le altre forze di polizia, costituisce un deterrente anche nei confronti della criminalità. A proposito di controlli, devo aggiungere che, come associazione Granatieri, abbiamo proposto al ministro Buttiglione, di utilizzare nostro personale in congedo nei musei e nei luoghi d’arte, anch’essi divenuti a rischio».