Era una donna da sogno, finì in un incubo

Due padri che non conobbe, il patrigno che le usò violenza. Ma lei crebbe bella da impazzire. Ebbe tre mariti ma poi incappò in due relazioni troppo pericolose...

Già osservando la scena della stanza da letto, un occhio esperto avrebbe dubitato del suicidio. Perché mai in piena estate il corpo era avvolto nella pesante coperta di lana? D’accordo che la vittima era un tipo bislacco, ma non poteva ignorare il caldo torrido portato dal vento del deserto. «Uno di quei venti californiani che “ti fanno dolere i nervi e irritare la pelle”», pensò tra sé il coroner ricordando Raymond Chandler, il suo giallista preferito. E quella era proprio una notte alla Chandler. «In notti come queste - aveva scritto il grande Raymond un quarto di secolo prima - ogni gozzoviglia finisce in rissa. Miti mogliettine affilano i coltelli sbirciando il collo dei mariti. Tutto può accadere». Anche che l’apparente suicidio fosse invece un delitto avvenuto altrove e che la coperta sia servita a trasportare il corpo nella stanza. Ma alla fine il coroner Noguchi, Thomas di nome, avallò l’ipotesi del suicidio col Nembutal, il cui tubetto vuoto giaceva rovesciato sul comodino.
Il primo che ipotizzò lo zampino della Cia nella faccenda fu Fred Guiles, un buon giornalista. Il suo reportage uscì nel 1967. La tesi era, più che azzardata, facile. Da tempo si era diffusa la sensazione che la Cia stesse deviando dai suoi compiti legali. L’America era malata: l’antimilitarismo si diffondeva in ogni strato per l’infelice guerra in Vietnam, mentre la minoranza nera era incattivita per la persistente segregazione razziale. La Cia non poteva assistere inerte alla dissoluzione americana. Una sua reazione era attesa. Così, divenne una moda sospettarla di ogni azione oscura del passato e aspettarsi ancora di peggio per l’avvenire. Difatti, quando l’anno dopo furono assassinati Martin Luther King e Bob Kennedy, gli occhi di tutti si appuntarono sulla Intelligence Agency.
Guiles però, nel ricostruire la strana morte aveva evitato ogni dietrologia, limitandosi ad allineare le incoerenze dell’indagine archiviata come suicidio cinque anni prima. Oltre alla incongrua coperta di lana, aveva scovato due altre contraddizioni. La prima era che sul comodino, accanto al tubetto, mancava il bicchiere d’acqua di cui la vittima avrebbe dovuto logicamente servirsi per inghiottire le pillole di Nembutal. Possibile che avesse fatto senza? Molto improbabile. Anche dai risultati dell’autopsia emergeva una sorpresa: nello stomaco non c’era traccia del farmaco. Né residui delle capsule, né resti della sostanza. Ma, se lo stomaco era vuoto, nel sangue e nel fegato furono trovate altissime percentuali del potente sonnifero. La spiegazione non poteva che essere una: il Nembutal non era stato ingerito, bensì iniettato. Non era stato un suicidio. Ma un omicidio mediante un’iniezione che la vittima aveva dovuto subire, con l’inganno o con la forza.
Questa la dinamica dei fatti. Ma chi e perché avrebbe dovuto uccidere un personaggio tanto innocuo? La risposta di Guiles, ribadita in libri successivi, aleggia ancora ai nostri giorni, senza però conferme ufficiali.
Molti sapevano allora, e tutti sanno oggi, che Norma Baker era l’amante del Procuratore generale, sposato con figli. Ma proprio in quella estate la relazione era al termine. L’adultero era intenzionato a troncare la tresca, spezzando le speranze di Norma di farsi sposare. La spiegazione definitiva era avvenuta la sera prima. Adesso c’era da temere che la donna, delusa, si vendicasse spifferando pubblicamente l’adulterio. E, in fondo, questo era il meno: se la vedesse il Procuratore. Ciò che invece la Cia non poteva permettere è che Norma rivelasse i segreti di Stato che l’incauto amante le aveva confidato nei mesi di passione. In particolare, si pensava che sapesse del progetto di uccidere Fidel Castro, il dittatore cubano. Una notizia che mai e poi mai doveva trapelare. Di qui il fosco assassinio, forse col beneplacito del drudo altolocato.
Così, rannicchiata nel suo appartamento di Los Angeles, uscì da questo mondo la piccola Baker. Moriva ricca, a qualche isolato da dove era nata povera 36 anni prima. Il suo papà anagrafico era mister Baker, passato a miglior vita tre mesi prima che lei nascesse. Ma il padre vero, quasi certamente uno zingaro di origine norvegese, si chiamava Edward Mortensen. Non conobbe né il primo, per ovvi motivi, né il secondo che tagliò presto la corda. Quando Norma compì otto anni, la madre Gladys, che grosso modo faceva la puttana, raggiunse la nonna e il nonno in manicomio. La bimba fu adottata dai vicini, McKee, e, dati i precedenti del ramo materno, la paura di diventare pazza non la abbandonò mai. Poiché era già sviluppata come una quindicenne, Doc McKee, il patrigno, pensò bene di stuprarla a dieci anni.
Divenne lo schianto del quartiere con fama di portare «magistralmente un sedere di cui ogni altra donna si sarebbe vergognata». Ebbe tre matrimoni e divenne famosa anche per le battute da falsa scema. Un giornalista le chiese una volta: «Cosa preferisce mettere addosso quando va letto?». «Due gocce di Chanel n. 5», fu la riposta di Norma, ignara che sul letto di morte sarebbe stata avvolta dal sudario di una ruvida coperta di lana.
Chi era?