Era indagato per mafia, ora è prosciolto con tante scuse

Prosciolto «per non avere commesso il fatto», dopo tre anni di incubo in cui gli erano state sequestrate le aziende ed era finito sui giornali come prestanome della malavita organizzata: per Angelo Bassani, imprenditore edile bergamasco, e per il collaboratore Gabriele Sabatini, la sentenza pronunciata ieri dal giudice preliminare Enrico Manzi, è una boccata d’ossigeno. Perché nella stessa udienza in cui - accogliendo le richieste della Procura della Repubblica - manda a giudizio nove persone (tra cui un ricercatore universitario) accusati di avere nascosto dietro un paravento beni, terreni e aziende per decine di milioni, il giudice Manzi proscioglie Bassani e Sabatini dalle accuse che erano state loro mosse. Non sono imputabili perché non è emersa nessuna prova che sapessero che alle spalle del rispettabile docente universitario con cui avevano creato una società si muovesse un uomo cui la giustizia aveva sequestrato i beni per il suo passato di malvivente e usuraio.
Per il resto, l’ordinanza di rinvio a giudizio accoglie in pieno il lavoro compiuto dalla Guardia di finanza di Monza. Al centro dell’indagine, nata dalle dichiarazioni di un imprenditore fallito, un personaggio di cui le cronache in passato si erano dovute già occupare più volte: Salvatore Izzo, di San Giorgio a Cremano (Napoli), pluripregiudicato per usura e altri reati, colpito alla fine degli anni Novanta da un decreto preventivo che bloccava tutti i suoi beni in quanto provento delle sue attività criminali. Ciò nonostante secondo le indagini Izzo era riuscito, grazie ad una serie di complicità, a nascondere dietro lo schermo di prestanome un impero immobiliare fatto di ville, villette, palazzine, motel, terreni, uffici, appartamenti in Lombardia e in Abruzzo. Lo schermo societario era stato realizzato grazie a fidi concessi dalla filiale italiana della Banca del Gottardo, i cui vertici sono stati indagati e poi prosciolti nel corso delle indagini preliminari.
Nel mirino era finito anche Angelo Bassani, accusato di avere accettato anch’egli di fare da prestanome. I suoi avvocati, Luca Ricci e Carlo Cama, nella memoria difensiva segnalavano che «Marconi 2000 - la società di Bassani - è impegnata nella realizzazione di una serie di poderose iniziative imprenditoriali di livello assoluto, fra le quali il recupero dell’area Snia di Varedo e la Cascinazza di Monza», e che non aveva alcun motivo di mischiarsi consapevolmente alle imprese di un pregiudicato come Izzo.