"Era il Jim Morrison italiano: m’aspettavo questo successo"

Claudio Santamaria soddisfatto per i risultati della fiction (quasi il 27 per cento): "Per me è un mito che va oltre la musica"

Milano - Complimenti Claudio Santamaria, la sua fiction su Rino Gaetano ha fatto bingo: oltre sei milioni di spettatori, 26,69 per cento di share già nella prima puntata.
«Sono contentissimo ma diciamocela tutta: un po’ me l’aspettavo».

Però non eravate in tanti: sa, dicono che la musica in tv non funziona poco.
«Rino Gaetano è come Jim Morrison, un personaggio che va oltre la musica. E si vede dalle tracce che ha lasciato nel mondo dello spettacolo. Per me era un mito».

E si capisce: per interpretarlo ha accettato di fare una dieta da olimpionico.
«Ero sceso a 71 chili. Ma adesso so’ tornato di nuovo ai miei 83».

D’altronde a 33 anni Claudio Santamaria è ormai un attore a geometria variabile: da Moretti a Soldini a Pupi Avati, cambia dimensioni e spessore a seconda del film e della parte che gli tocca. Insomma applica sempre quel personalissimo «metodo Stanislavsky» che stavolta lo ha portato nei panni del cantautore italiano più strambo e personale. Mica facile recitarlo: un conto è la musica e tutti, o quasi, conoscono i ritornelli di Gianna o Nun te reggae più. Ma dietro le quinte il personaggio aveva molte più sfumature, più chiaroscuri e qualche ombra difficile da illuminare. «Per fortuna che abbiamo qualche punto in comune», dice lui adesso.

Quali?
«L’estrazione sociale, ad esempio. E le origini del sud».

Ma come, lei è di Roma Prati.
«Ma mia madre viene dalla Basilicata. E certi momenti della vita adolescenziale di Rino Gaetano sono stati simili ai miei: prendere a calci le zolle, andare a rubare pomodori e cose del genere».

Un po’ poco, tutto sommato.
«Forse aiuta anche la mezza follia nel mio sguardo... Secondo il regista Marco Turco, sarebbe identica a quella di Rino».

Però la sorella Anna ha sparato a zero: bella fiction ma Rino dov’è?
«Lei mi chiama “fratellino”, però non ha accettato quello che si è visto in tv soprattutto ieri sera: l’alcolismo degli ultimi tempi di suo fratello, una qualche mania di grandezza».

Eppure avrete raccolto testimonianze di chi l’ha conosciuto.
«Tante. Anche di Venditti e De Gregori per esempio. Comunque il film non è solo quegli episodi, dura quasi tre ore».

Ci sono anche i brani, ricantati da lei.
«Per me cantare è stata una bella sfida. Per fortuna sono un musicista: suono la chitarra, collaboro con un gruppo, i Mammouth, che ha già inciso due dischi».

Quale genere preferisce?
«Quello che va dai Radiohead ai Pixies passando per Prince, Depeche Mode, De Andrè e Piero Ciampi. Mi piace un po’ tutto. In più, quando ho recitato in Ma quando arrivano le ragazze?, di Pupi Avati ho preso confidenza anche con la tromba».

Insomma, è pronto a incidere un disco.
«Mi piacerebbe. Certo, dovrei anche scrivere le canzoni».

Rino Gaetano non le ha dato l’ispirazione?
«Ogni mattina, prima di iniziare a recitare, mi ripetevo una sua poesia. Mi aiutava a concentrarmi e a caricarmi».

Eravate tesi perché avevate obiettivi di share?
«Ma va, quando si lavora non si pensa allo share».

Allora c’erano i produttori molto assillanti?
«No, Claudia Mori seguiva da Milano, sua sorella Anna passava sul set più spesso. Ma l’ambiente era sereno. No, io mi ripetevo la poesia per entrare nella parte. Senti qui, la scrisse a 16 o 17 anni...».

A memoria?
«Certo. “Io non sono comunista/ Anche se poi faccio lega/ D’Ho Chi Minh e d’un nazista”. Eravamo negli anni ’60, ma queste sono posizioni attualissime, sembrano, con tutte le proporzioni, quelle di Beppe Grillo. Lui era così: a 14 anni in collegio gli uscivano poesie su Martin Luther King, mica versi qualunque. Rino Gaetano era così geniale perché era tante persone messe insieme, ecco come mai ognuno ne ha un ricordo diverso».