«Era l’etica del samurai in salsa americana»

Ci può essere un piccolo Savonarola nelle persone più insospettabili. Ce lo ricorda uno spettacolo teatrale messo in scena in occasione del trentennale della prima messa in onda di Goldrake sulla tv italiana: un balzo indietro che Daniele Timpano, autore ed attore del monologo teatrale Ecce Robot. Cronaca di un’invasione che in queste settimane sta girando l’Italia fa compiere alla platea riportandola a quel 4 aprile 1978 (e alle infinite polemiche che seguirono) quando, alle 18.45, sull’allora Rete 2, per la prima volta comparve una serie robotica giapponese a cartoni animati (anime, nella lingua del Sol Levante): si tratta di Atlas Ufo Robot, italianizzazione del serial di Go Nagai Grendizer, poi più noto da noi come Goldrake.
Fu un successo senza precedenti. Non era il primo anime giapponese a giungere in Italia: nel maggio 1976, il Primo Canale aveva già trasmesso la coproduzione austro-tedesco-nipponica Vicky il Vichingo. E due mesi prima di Atlas-Ufo Robot era stato trasmesso sempre sul secondo canale, Heidi, tratto dal romanzo omonimo di Johanna Spyri, e realizzato da Isao Takahata con la collaborazione di Hayao Miyazaki. Ma Vicky e Heidi - dal soggetto, ambientazioni e temi molto europei - non ebbero il risalto mediatico che invece ottenne il più esplosivo Goldrake: innovativo ed entusiasmante, fu una vera e propria macchina per fare audience, tanto in Italia, quanto in Francia, dove venne trasmesso qualche mese più tardi. Fra i giovani esplose una vera Goldrake-mania: una impressionante produzione di merchandising, le sigle del programma divennero hit e perfino i giochi dei bambini ne furono modificati. In Francia Antenne 2 raggiunse il fantascientifico share del 100% grazie a Goldorak (nome francese della serie, da cui Goldrake in italiano) e per il Natale del ’78 i genitori furono costretti a ricorrere al mercato nero per assicurare ai figli giocattoli legati al robottone, poiché la domanda superò ogni aspettativa. I ragazzi si immedesimavano nel protagonista Duke Fleed (in italiano Actarus) e le ragazzine se ne innamoravano.
C’era qualcosa di male in tutto questo? Con tutta probabilità no, però qualcuno cercò di trovarcelo a tutti i costi. La paura del nuovo galvanizzò opinionisti e sociologi, pedagoghi e giornalisti, facendo in breve fioccare una pletora di articoli e studi «scientifici» che immancabilmente finivano per collegare questo programma per ragazzi a tutte le nefandezze del mondo d’allora, dalla droga alle Brigate Rosse. Nel giro di pochi mesi fu nientemeno che un parlamentare indipendente di sinistra - Silverio Corvisieri - a dar fuoco alle polveri dalle pagine de La Repubblica. Corvisieri - classe 1938 - era allora militante dell’estrema sinistra. Comunista di Dp, ex Avanguardia Operaia, redattore de l’Unità, deputato e membro della Commissione di Vigilanza Rai. Interpretando in maniera savonaroliana il suo ruolo nella Commissione, si era scagliato con un articolo dai toni apocalittici contro la «degenerazione» della tv italiana, di cui Goldrake era il prototipo. L’articolo, infatti, si intitolava «Un ministero per Goldrake» e apparve su La Repubblica il 7 gennaio 1979. Corvisieri aveva sfogato così la sua frustrazione per essere rimasto inascoltato in Commissione e alla Camera dai suoi colleghi, forse troppo occupati da altre questioni all’ordine del giorno in quell’inverno di piombo con le Brigate Rosse e la crisi del petrolio. Il vulnus denunciato da Corvisieri era nel generico disimpegno qualunquista della nostra tv di Stato, ma che con un cartone come Goldrake aveva passato il segno. «Goldrake - scriveva il parlamentare - deve sempre affrontare qualche nemico spaziale estremamente malvagio... Si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”. In quale modo un genitore può fronteggiare con i poveri mezzi delle sue parole la furia di Goldrake?». Poco tempo dopo fu l’ex compagna di Palmiro Togliatti e futura Presidente della Camera, la deputata comunista Nilde Iotti (che già negli anni Cinquanta aveva visto il “Male assoluto” nei fumetti) a etichettare come «fascisti» i cartoni giapponesi, suggellando quello che Corvisieri aveva fatto solo intravedere fra le righe. Goldrake era «antidemocratico e violentissimo», come Corvisieri avrebbe pervicacemente confermato in un’intervista a Kappa Magazine vent’anni dopo.
Un’esagerazione? Senz’altro. Ma questa esagerazione all’epoca smosse tutta l’armata dei mai domi Savonarola italiani, che nel breve volgere di un anno riuscirono a sollevare un polverone. Terminata il 6 gennaio 1980 la trasmissione di Goldrake già il 21 dello stesso mese è l’ammiraglia Rai Uno a trasmettere un nuovo cartone robotico: si tratta di Mazinga Z, il prototipo e capostipite di tutte le serie robotiche e uno degli anime più amati in Giappone. La proiezione sul Primo Canale scatenò le ire di un gruppo di genitori di Imola che, nell’aprile 1980, lanciò una vera e propria crociata. Si raccolsero seicento e rotte firme e si fece un esposto agli allora ministri delle Poste e Telecomunicazioni e della Pubblica Istruzione, alla Rai e all’Ansa, chiedendo l’interruzione delle trasmissioni dei cartoni giapponesi in tv. Il problema era non solo pedagogico, ma - ovviamente - politico: quei cartoni erano «guerrafondai», lanciavano un messaggio «diseducativo» nel quale la scienza era al «servizio della distruzione». Che il messaggio di fondo delle serie robotiche dell’epoca fosse esattamente l’opposto, poco importava.
E c’era chi ai benpensanti teneva bordone sulla stampa nazionale, principalmente (ma non solo) di sinistra (con la lodevole eccezione di Lotta Continua che invece titolò «Bambini tenete duro che arriva Goldrake contro i genitori babbalei»): Il Resto del Carlino titolava «Topolino è una lettura sana ma Goldrake è il Diavolo»; scandalizzata l’Unità del 13 aprile si domandava «Goldrake contro i bambini?» e Oggi soffiava sul fuoco con «Questo Mazinga robotizza i nostri ragazzi». Anche lo scrittore Alberto Bevilacqua ne fece una questione politica: i cartoni giapponesi erano diseducativi perché davano allo spettatore «la giustificazione che soltanto i suoi divi siano in grado di liberare i grandi dal terrore di rapine e di Br», continuando poi con la «disumanizzazione» di Mazinga per finire al fatto che, per colpa dei robottoni giapponesi, i figli degli italiani si sarebbero inevitabilmente drogati... La psicosi fu tale che cartoni apertamente pacifisti furono tacciati di essere guerrafondai e fascistoidi. L’apparente suddivisione elementare fra buoni e cattivi fu equivocata per «paura del diverso» e «razzismo», ignorando che in Goldrake c’era una visione adulta, complessa, tormentata.
Caso strano, nel 1980 fu proprio un intellettuale di sinistra - Gianni Rodari - che difese a spada tratta Goldrake: «Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos’è per un bambino l’esperienza di Goldrake... Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte... Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno». Lo scrittore aveva colto nel segno. Con Rodari si schierarono Oreste del Buono, Nicoletta Artom e pochi altri. Intanto, in quei mesi, i giornali lanciarono una specie di sondaggio fra Mazinga e Pinocchio, dove il burattino perse con 35 mila preferenze contro 40 mila. Ciò però non impedì che due mannaie diverse colpissero i loro eroi dopo un decennio d’oro: la prima fu la censura imposta dalle associazioni genitori a Rai e Fininvest. Nella tv di Stato i cartoni giapponesi scomparvero, mentre nelle reti private finirono letteralmente trifolati per cancellare ogni pruderia. Poi, nel 1990, arrivò la legge Mammì che vietava la pubblicità nei cartoni animati. Le serie giapponesi divennero economicamente non convenienti e furono sostituite dai telefilm adolescenziali made in Usa. Il vento cambiò solo a metà anni ’90, quando i bambini del 1979, cresciuti e con qualche soldo in tasca, riuscirono lentamente a imporre al mercato di nuovo i propri gusti. Quello che non ebbero da piccoli come cittadini, lo ottennero da grandi come consumatori.