«Era una maschera di sangue, non l’ho riconosciuto»

«Ogni notte, prima di andare a dormire, pregava per Ciccio e Tore, pregava affinché i fratellini scomparsi tornassero a Gravina»: Angela Di Palma, 22 anni, la sorella di Giuseppe, riesce a strappare un filo di voce alla commozione e al dolore per ricordare il fratello, morto dopo essere stato schiacciato da una statua. Proprio lui, Giuseppe, insieme ai compagni di classe aveva scritto una lettera per chiedere un parco dove i bambini potessero giocare senza correre rischi. Di solito partecipava a una partitella in un campetto a due passi da casa, dove i genitori potevano tenerlo d’occhio, ma l’altro pomeriggio ha raggiunto gli altri in via Argentario, dinanzi al cancello utilizzato come porta. «Non doveva neanche essere lì perché doveva andare a una festa della cugina», racconta la sorella tra le lacrime. Là vicino, nell’obitorio del Policlinico, ci sono tutti i familiari di Giuseppe. Il padre, Giovanni, rimane in silenzio, gli occhi che rivelano un dolore atroce; la madre, Tina, piange sul corpo del figlio. Subito dopo l’incidente, il bambino è stato soccorso da uno zio, Vito: «Era una maschera di sangue, addirittura non l’ho neanche riconosciuto».