«Era un mercenario, il Colle ha ceduto alla destra»

Polo: «Non cambio idea, è un errore onorarlo: ha venduto la sua vita per la guerra. Sbagliato farne un simbolo»

Luca Telese

da Roma

Gabriele Polo è direttore de Il manifesto, il giornale che più si è opposto ai riconoscimenti in memoria di Fabrizio Quattrocchi. Sul quotidiano di via Tomacelli uscirono titoli durissimi, e vignette di Vauro al fulmicotone. Anche oggi, dopo la medaglia d’oro del presidente della Repubblica il manifesto non ha cambiato idea. In questi mesi il giornale lo ha definito in diversi modi: «Mercenario», «Body guard» (e qualcuno tra i lettori ha protestato), poi «aspirante contractor»: anche solo le parole con cui titolare su di lui hanno creato un animato dibattito interno. La condirettrice Mariuccia Ciotta, al Corriere della Sera, aveva detto: «Eroi sono quelli che danno la vita per gli altri». Ecco come Polo spiega la scelta editoriale del quotidiano che dirige.
Direttore, come uscirete domani (oggi per chi legge, ndr) sul caso Quattrocchi?
«Con un articolo di cronaca che riferisce i fatti, tutto qui».
Non ci sarà un commento?
«No».
Un editoriale?
«Nemmeno».
Questo perché avete cambiato o attenuato il giudizio durissimo che avevate dato alla morte di Quattrocchi?
«Assolutamente no, anzi. Le nostre valutazioni saranno contenute nell’articolo di cronaca».
Avevate definito Quattrocchi «un mercenario», intendendo questa parola con una forte notazione critica.
«Quattrocchi era un mercenario. La parola che abbiamo usato è quella giusta».
Ma questo per voi cambia il senso della sua morte?
«No. Ma noi pensavamo già allora, e non abbiamo cambiato idea, che era uno che aveva venduto la sua vita per la guerra».
E quindi?
«Per questo, e anche perché non ci appartiene minimamente la tradizione culturale della celebrazione l’idea stessa dell’eroe... Per questo pensiamo che fosse e che sia sbagliato ricordarlo come un eroe».
Cosa pensa del gesto di Ciampi?
«Capisco lo stupore dei parenti delle vittime di Nassirya. I loro figli a fare quella guerra erano stati inviati comandati, ma non hanno ottenuto nessuna onorificenza. Quattrocchi quella guerra l’aveva scelta, per denaro, e adesso viene insignito di questa medaglia».
Lei però non ha risposto su Ciampi.
«Per me è una riflessione scontata. La medaglia è un gesto che considero una risposta alle pressioni della destra».
Ma perché queste cose non le avete scritte in un editoriale, allora?
«Perché non ci sembra decisivo. Oggi c’erano molte cose più importanti da mettere in prima pagina».
Lei è d’accordo con chi si oppone all’intitolazione delle strade a Quattrocchi?
«Per i motivi che ho detto sì».
Ma Quattrocchi, per voi è o non è una vittima di quella guerra?
«Lo è al pari di Baldoni, o dei tanti altri caduti. Quando le persone cadono in una guerra diventano vittime, non c’è dubbio: ma allora ha senso ricordarle, solo se si ricordano tutte insieme. Se vogliono fare la strada e la medaglia devono farle per tutte le vittime».
Ma allora in che modo dovrebbe essere ricordato Quattrocchi, secondo lei?
«Non così. Piuttosto come esempio di quanto sia assurda e folle la guerra, non come un modello da additare».
È una posizione fuori dal coro.
«Lo sappiamo bene».
Verrete indicati come dei «ragazzacci cattivi» o persone che non rispettano il lutto?
«Lo so. Non è la prima volta che accade».