«Era mio padre» Genitori e figli al tempo della mafia

In edicola da oggi con «il Giornale» a 5,90 euro il libro di Max Allan Collins ambientato tra i gangster americani degli anni ’30

Carlo Faricciotti

L’origine di Era mio padre - il romanzo di Max Allan Collins in vendita da oggi con il Giornale a 5,90 euro più il prezzo del quotidiano - è da cercare sugli scaffali dei fumetti più che in quelli del romanzo di genere gangsteristico. Road to Perdition (questo il titolo originale del progetto, che gioca sul doppio significato di Perdition: città sul lago Michigan e «perdizione», per cui il titolo può essere letto tanto come La strada per Perdition quanto come La strada per la perdizione) era una graphic novel scritta dallo stesso Collins (57 anni, sceneggiatore della serie Dick Tracy dal 1977 al 1993, ma anche regista e sceneggiatore cinematografico) e illustrata da Richard Piers Rayner, uscita nel 1998. Come spiega lo stesso Collins nella Nota dell’autore posta in fondo a questo volume: «Graphic novel è un’opera delle dimensioni di un libro, realizzata con il linguaggio dei fumetti».
Il volume di Collins & Rayner rientrava nel genere della true crime fiction, ossia la narrazione di eventi di cronaca nera reali ma romanzati ed era ambientato negli anni Trenta del secolo scorso, negli Stati Uniti attanagliati dalla Grande Depressione, nella zona detta Tri-Cities. Qui, nel triangolo formato dalle città di Rock Island, Davenport e Moine, sulle rive del Mississippi, sul confine che divide l’Illinois dall’Iowa, dominava la banda di John Looney, avvocato irlandese affiliato alla gang di Al Capone, a Chicago. Braccio destro di Looney non era il figlio Connor, viziato e irresoluto, ma Michael Sullivan, orfano cresciuto sotto l’ala protettrice del boss irlandese. Sullivan, conosciuto come «l’Arcangelo della morte», era il killer preferito di Looney. Fino al giorno in cui, per motivi ignoti, Sullivan fu rinnegato da Looney.
Su questo troncone di storia vera, Collins innestò uno dei suoi elementi prediletti, il rapporto padre-figlio. Nella graphic novel del ’98 Sullivan diventa il figlioccio di Looney e gli viene attribuita un’onesta facciata di marito e padre di due figli piccoli, Michael jr e Peter, prediletto del padre a differenza del primogenito. Una sera Michael e Connor Looney ricevono l’incarico di convincere un commerciante a riprendere a pagare la protezione. Di fronte al rifiuto dell’uomo, Connor gli spara. Ne nasce un conflitto a fuoco con due soli sopravvissuti, Michael e Connor. E un testimone, Michael jr che, nascostosi nella macchina del padre per scherzo, ha assistito alla strage e scoperto la verità su di lui e sulle sue attività per «nonno» Looney.
Venuto a sapere della presenza del bambino sul luogo del delitto, Connor perde la testa: nel tentativo di ucciderlo, ammazza la madre, Annie, e Peter, ma manca l’obiettivo principale. I due Michael, padre e figlio, sono costretti alla fuga: Sullivan vuole vendetta, anche a costo di mettersi contro Al Capone, padrone del territorio e il suo avversario, l’agente dell’Fbi Eliot Ness. L’altro obiettivo di Michael Sr. è di assicurare un destino migliore a suo figlio, per cui lo carica in macchina e assieme si dirigono verso Perdition, dove vive una sorella di Annie.
Nel passaggio dal fumetto alla sceneggiatura, firmata da David Self, per il film diretto da Sam Mendes nel 2002, qualcosa si è perso e qualcosa si è aggiunto. Il copione di Self, nuovamente rielaborato da Collins per questo volume, eliminava i personaggi di Capone e Ness, figure troppo forti e a rischio di distogliere l’attenzione dai protagonisti principali della storia, mutava il cognome del vero Looney in Rooney e soprattutto aggiungeva il sicario-fotografo Harlen Maguire, killer sadico che ama fotografare le sue vittime per poi vendere le immagini ai quotidiani di Chicago. L’introduzione di Maguire mutava anche il finale originario ideato da Collins, più duro e pessimistico rispetto al film e al libro derivatone. Scelte peraltro non contestate da Collins: «Ho fatto del mio meglio per rendere onore all’ottima sceneggiatura di Self e gli sono particolarmente grato per aver dato il giusto rilievo alla relazione padre-figlio che lega Mike Sullivan e John Rooney».