Era nobile, borioso e sprezzante: finirà col vivere come un contadino

Pubblichiamo in questa pagina la prefazione - tuttora inedita in italiano - alla prima edizione di «Guerra e pace» della fine degli anni ’60 dell’Ottocento (che ancora si chiamava «Tutto è bene quel che finisce bene», pubblicata nel 2001 da Marsilio con il titolo «1805»). Tolstoj era allora un aristocratico raffinato, orgoglioso delle sue origini e della sua educazione. Ed era anche agnostico, borioso e sprezzante. Ma che romanzi scriveva! Poi, fra «Guerra e pace» e «Anna Karenina», ci sarà la famosa notte di Arzamas, prima di una serie di conversioni più o meno autentiche. Tolstoj allora si avvicinerà al popolo, si metterà lui stesso ad arare i campi, fonderà la scuola di Jasnaja Poljana dove insegnava lui stesso ai bambini dei contadini. Ma, soprattutto, smetterà di scrivere romanzi meravigliosi e diventerà un pedagogo concettoso e un moralista insopportabile, non meno borioso di questo Tolstoj quarantenne. Dal letto di morte, Ivan Turgenev gli scriverà parole che tutti noi avremmo sottoscritto volentieri: «Mio caro e amato Lev Nikolaevic. A lungo non Vi ho scritto perché ero e sono, per esprimermi in modo diretto, sul letto di morte. Vi scrivo per dirVi espressamente quanto sono stato felice di essere un Vostro contemporaneo e per esprimerVi la mia ultima, sincera richiesta. Amico mio, tornate all’attività letteraria! Questo dono Vi è stato dato da quella fonte da cui proviene tutto il resto. Ah, come sarei felice se potessi pensare che questa mia richiesta raggiungesse il suo effetto!».