«Era il poliziotto della gente un animo nobile e altruista»

da Catania

All’indomani dei gravissimi incidenti, scoppiati durante e dopo il derby Catania-Palermo, la città si è risvegliata stordita e attonita. Incredulità e sgomento, dolore e rabbia, questi i sentimenti che animano la gente dopo la morte dell’ispettore capo del reparto mobile della questura di Catania, Filippo Raciti, trentotto anni, che lascia la moglie e due figli, Fabiana di quindici anni e Alessio di otto. È stato un attacco proditorio, vigliacco, che ha distrutto una famiglia generosa e votata all’aiuto verso gli altri.
Agata Nicolosi, presidente del gruppo donatori Fratres, ricorda così l’ispettore capo Raciti. «Era un uomo eccezionale, di animo nobile, votato al sacrificio e all’aiuto verso chi aveva bisogno. Era un donatore di sangue. Sempre disponibile, non perdeva mai l’occasione di darci un aiuto. Ricordo che l’ultima donazione l’ha fatta nell’aprile 2006, poi per ragioni di lavoro ha dovuto un po’ cambiare le sue abitudini. Ma comunque in qualsiasi momento non ci faceva mai mancare il suo apporto. Era un appassionato del suo lavoro perché gli permetteva di stare a contatto con la gente e di poter così manifestare tutto il suo altruismo. Non a caso non voleva prestare servizio in ufficio, ma lavorare in strada, gomito a gomito con i problemi degli altri. Era coraggioso e determinato. Una persona sempre sorridente e affabile, di grandi valori, che curava molteplici interessi, amante dell’arte con l’hobby della pittura. Una grandissima perdita per noi tutti. Morire per una partita di calcio, impossibile farsene una ragione. Io ho un negozio nei pressi dello stadio Massimino e ho dovuto chiudere in tutta fretta per fuggire alla follia dei teppisti. Conosco molto bene la moglie di Raciti, ho parlato con lei e non sapevo come comportarmi».
La moglie di Raciti, Marisa Grasso, volontaria della Croce rossa, ha chiesto che vengano annullati i festeggiamenti in onore di Sant’Agata, patrona della città, che dovevano svolgersi fino a domani. In segno di rispetto verso il marito e come segnale tangibile per una tragedia che non può essere dimenticata nel giro di pochi giorni. Ugo D’Atri è il presidente delle guardie d’onore al Pantheon, un istituto combattentistico che dipende dal ministero della Difesa, e al quale aderiscono cinquemila iscritti, tutti facenti parte di corpi militari in servizio o andati in pensione. «Conoscevo benissimo Raciti - spiega D’Atri - perché partecipava attivamente nell’organizzazione delle nostre attività, che abbiamo svolto sia a Catania sia a Roma, ed era un membro del servizio d’ordine interno. Un ragazzo serio, allegro, sempre pronto a rendersi utile per gli altri. Questa tragedia è figlia della bestialità e della violenza più becera. Una violenza scaturita da una società senza valori. Oggi non si crede più a niente. I giovani non hanno lavoro, non sono motivati, non hanno fiducia nel futuro e quindi non trovano di meglio per unirsi in tribù violente che causano quello che abbiamo visto a Catania venerdì sera. E nessuno fa nulla per cambiare rotta».