Era pronto un piano di fuga precipitoso

Mario Sechi

da Roma

A Palazzo Baracchini dicono che non «sarà un rientro, non sarà una ritirata e men che meno una fuga». Il ministro della Difesa Arturo Parisi è impegnato a frenare fughe in avanti e dietrofront. Compito non facile, visto che anche fra i vertici militari nei mesi scorsi, alla vigilia delle elezioni, qualcuno aveva accarezzato l’idea di un rientro a tappe forzate: trenta giorni per lasciare l’Irak al suo destino, scrivere la parola fine sulla missione Antica Babilonia, e incassare i dividendi politici di un’operazione ad altissimo rischio.
Il piano aveva una sua sottile logica politica: in caso di larga vittoria del centrosinistra - come pronosticavano i sondaggi prima del 9 aprile - la nuova maggioranza avrebbe avuto la forza per ordinare il tutti a casa in brevissimo tempo. E i vertici dello Stato maggiore della Difesa, in piena fase di regime change, non potevano certo farsi cogliere impreparati. Meglio essere previdenti in senso strategico e, soprattutto, politico. E così, mentre la campagna elettorale infuriava e il barometro politico vaticinava una schiacciante vittoria del centrosinistra, il vertice dello Stato maggiore della Difesa dava disposizioni al Comando operativo interforze (Coi) per studiare un piano di rientro rapido delle nostre Forze armate dall’Irak, in un mese.
Nel caso della missione Antica Babilonia - come in tutte le operazioni che coinvolgono Marina, Esercito, Aeronautica e Carabinieri - la simulazione degli scenari strategici e operativi e la direzione delle missioni interforze passa al Coi, che raccoglie le informazioni sul campo, valuta e decide. Un rientro in trenta giorni è un’operazione che solo gli Stati Uniti - con sforzi enormi - sono in grado di fare, grazie a un’ineguagliabile capacità di trasporto delle truppe e dei materiali in qualsiasi teatro di guerra. Ma Palazzo Baracchini e Palazzo Moroni non sono il Pentagono, e il capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, non è il generale Peter Pace, il Chairman of Joint Chiefs of Staff del presidente Bush. Un simile sforzo l’Italia non sarebbe mai stata in grado di reggerlo, se non a costo di correre rischi altissimi nella fase di ripiegamento, e cioè di esporsi ad attacchi terroristici.
Queste le valutazioni degli analisti di tutte le componenti della Difesa: Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri avrebbero espresso riserve e dubbi di fronte a un piano che sembrava fare acqua da tutte le parti. Una raffica di domande come queste: un aereo da trasporto militare come un C-130, carica dalle 40 alle 50 persone più l’equipaggiamento. Dobbiamo trasferire circa 3.000 persone in trenta giorni. Quanti aerei ci vogliono? E le altre missioni nel mondo per un mese restano senza appoggio aereo? Quante navi occorrono per portare via i 12 chilometri di coda degli automezzi italiani dislocati in Irak? Ce le abbiamo? Quanti aerei da trasporto Antonov bisogna noleggiare per riportare in Italia carri, camion, gru, materiali del genio? E chi protegge i 3.000 soldati che devono essere difesi mentre stanno ripiegando? Domande alle quali non si risponde in un mese.
Il piano era buono per suonare la fanfara in casa, ma cattivo al punto da far diventare un target facile dei terroristi le nostre Forze armate e il governo un bersaglio diplomatico da impallinare, soprattutto da parte del nascente governo iracheno e del nostro principale alleato, gli Stati Uniti. Il vagheggiato piano di rientro rapido, così è finito lestamente nel cassetto non solo per queste difficoltà logistiche e tattiche, ma anche perché il 10 aprile la verità delle urne s’è rivelata diversa da quella pronosticata. Non una maggioranza forte, ma risicatissima, non un governo unito sui tempi e i modi del ritiro ma lacerato, non un’agenda chiara, ma un balletto di stagioni che per ora sembra aver fatto sosta sull’autunno, il tempo delle foglie cadenti, come sempre più appare la missione Antica Babilonia.