Era talmente brutto che se ne parlava bene

Caro Granzotto, giorni fa ho letto, nella tua sempre godibile rubrica sul Giornale, di Moravia-Prezzolini, o Prezzolini-Moravia, vedi tu. Posso dirti per esserne stato testimone (dal 1968 all’anno della morte dell’«italiano inutile», l’ho frequentato nella casa di Lugano), che convintamente (si può dire?), e non per amicizia, Prezzolini considerava Moravia il miglior narratore italiano dopo Boccaccio. I due non furono mai amici; Moravia era stato ospite di Prezzolini nella Casa Italiana della Columbia University negli anni Trenta, così come altri scrittori e intellettuali italiani di diverso orientamento politico: Soldati e Max Ascoli, e stranieri come Paul Oskar Kristeller (ebreo tedesco). Si davano del lei e non ci fu mai fra loro confidenza. A Prezzolini, poi, non faceva velo l’amicizia per valutare un libro e ne seppe qualcosa Papini quando pubblicò la «Storia di Cristo»: lodata da Missiroli e Gobetti, ma... disapprovata dal suo grande amico. Ho sentito più di una volta con le mie orecchie la lode di Moravia narratore, anche se Prezzolini era distantissimo dalle idee politiche dell’autore degli «Indifferenti». Tanto ti dovevo dire per onestà, caro Granzotto.


Ed io diligentemente ne riferisco, caro Lugaresi. Senza poterle paragonare alle tue assidue frequentazioni, non mi sono mancate le opportunità di discorrere con Prezzolini o, per esser sinceri, di stare ad ascoltarlo. Non dico sull’attenti, ma siamo lì. Non sapevo della sua predilezione per Moravia e, addirittura, che lo dicesse il miglior narratore italiano dopo Boccaccio. Ma anche in caso contrario non mi sarei certo messo a contestargli il giudizio, ci mancherebbe altro. Ora, a distanza (e che distanza), azzardo a dire che amicizia o meno, ritenere Moravia fra i massimi letterati di tutti i tempi mi pare un po’ troppo. Ci sono giornalisti, scrittori, intellettuali che, chissà perché, risultano più credibili nelle stroncature che nelle lodi e Prezzolini è sicuramente fra questi. Un altro era Montanelli e non a caso i due erano uniti da gusti, disgusti e affinità elettive. Di Indro è nota una memorabile sentenza che illustra assai bene quanto egli considerasse faccenda di poco o nessun conto la critica benevola, per la quale e a differenza della stroncatura, non valeva nemmeno la pena di scomodare gli argomenti.
Un giorno Mario Cervi gli sottopose il romanzo di un Tizio che era, nell’ordine: influente, amico di Montanelli e collaboratore del Giornale. Con quelle credenziali, non si scappa: la recensione - tutta latte e miele - è dovuta. Però, siccome nessuno ignorava (e Cervi per primo) che non sempre Montanelli era disposto - ed anzi, diciamo pure che raramente lo era - a secondare i vecchi, incalliti canoni del giornalismo, Cervi prudentemente chiese istruzioni. Il giorno appresso, ebbe la sentenza: «Gli ho dato un’occhiata», disse Indro tendendogli il libro, «è talmente brutto che se ne può anche parlar bene». E se anche il suo amico Prezzolini l’avesse pensata in quel modo quando si sperticò in lodi per Moravia?