Eravamo tre scrittori a Central Park Eugenidis racconta la gioventù letteraria

Negli Usa fa discutere il romanzo vincitore del premio Pulitzer "The Marriage Plot". Tra i
protagonisti del libro, gli amici-colleghi e un’intera generazione di autori. L'autore nega tutto ma gli indizi sono chiari e il gossip si scatena

E poi c’è ancora qualcuno che sostiene che non è necessario conoscere vita, morte e miracoli letterari degli scrittori per capire i loro libri. Qualcuno che dice che si possono leggere le milleduecento pagine di Infinite Jest senza sapere niente del suo autore, David Foster Wallace, del perché abbia deciso di togliersi la vita più o meno all’apice del successo e della sua banda di amici: Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen, Mary Karr, Mark Costello, Rick Moody, Donald Antrim. Galeotta fu un’estate, quella del 1988, in cui Eugenides guardava fuori dal suo appena affittato appartamento a Prospect Heights, Brooklyn - dopo cinque anni a New York in cui non aveva pubblicato una riga - e rimirando lo skyline di Manhattan si chiedeva come sarebbe arrivato, grazie alla letteratura, a guardare il se stesso di quegli anni a Brooklyn dalle finestre di quei grattacieli. Era la stessa estate in cui Franzen, suo coetaneo, si sentiva «totalmente isolato» nella sua reclusione monastica a Jackson Heights, Queens, alle prese con un blocco dopo aver appena ottenuto un apprezzabile successo con La ventisettesima città e aver riconosciuto Wallace 26enne come “collega” (La scopa del sistema era uscito l’anno prima).
Quei bravi ragazzi diventano una piccola colonia inseparabile: dibattono, si passano i manoscritti, si contendono il primato di purezza letteraria e disprezzano le concessioni di ciascuno alle regole editoriali, si presentano le ragazze e si affrontano sui campi da tennis di Central Park, sfogando le loro gelosie (a Wallace la palma del sentimento in questione) a colpi di racchetta. Perciò non tarderanno a tirarsi frecce avvelenate: «Mi sembri così matto» diceva Wallace a Franzen. «Perché vuoi essere mio amico?»; «Merda, questo ragazzo ce l’ha fatta» esclama Franzen dopo aver letto il tomo manoscritto di Infinite Jest; «Ho odiato La scopa del sistema» squittiva Mary Karr. «Era il peggior libro che avessi mai letto». Tutti ex “brillanti promesse” della letteratura americana, tutti ora sulla soglia dell’essere vezzeggiati come «venerati maestri». Potrebbe bastare. Il fatto è che poi qualcuno nei propri romanzi, ci mette proprio il periodo «soliti stronzi», il passaggio intermedio dallo start al podio, ovvero i giorni, i mesi, passati insieme ad ascoltare il ronzio della macchina da scrivere elettrica nella stanza accanto, occupata dal tuo migliore amico, scrittore proprio come te.
Stavolta è toccato a Jeffrey Eugenides, classe 1960, autore delle Vergini suicide, Pulitzer per Middlesex, cattedra di scrittura creativa a Princeton dal 2007. Il suo terzo romanzo in diciotto anni, The Marriage Plot (Farrar, Straus & Giroux, 416 pagine, $ 28), è fresco di stampa e, indovinate un po’, è un romanzo a chiave (naturalmente Eugenides nega). Fatto sta che, dopo la scomparsa di Wallace, Eugenides non è nemmeno il primo a inserirne la figura in un romanzo. L’altro amico del cuore, Franzen, ci aveva già provato con un personaggio sputato al genio in bandana inserito in Libertà (Einaudi) e con un saggio pubblicato sul New Yorker in cui dava conto della loro complicata amicizia. Un conto amaro, al termine del quale Franzen non concedeva a Wallace - suo grandissimo amico anche di penna - nessuna attenuante per aver compiuto l’atto estremo: «La persona depressa poi si uccise, in un modo calcolato per infliggere il massimo del dolore a coloro che aveva più amato, e noi che lo amammo fummo abbandonati alla nostra rabbia e traditi. Traditi non soltanto dal fallimento del nostro investimento d’amore ma dal modo in cui il suo suicidio ce lo aveva sottratto per trasformarlo in pubblica leggenda».
In The marriage plot, Eugenides inserisce elementi inequivocabili: bandana, incessante masticazione del tabacco, straordinaria competenza in filosofia, struggente quanto fallimentare battaglia con la psicolabilità. Ed ecco pronto il “suo” Wallace-personaggio. Poi aggiunge un Greco-americano di Detroit impegnato in studi religiosi alla Brown University (dove Eugenides si è laureato nel 1983). Ed ecco pronto se stesso. Se poi si precisa che The Marriage Plot è ambientato nel 1982, il gioco della chiave è fatto: il romanzo è un perfetto ritratto dell’artista da giovane e siccome questo artista era uno degli elementi di punta della meglio gioventù letteraria americana, il romanzo svela, che lo voglia o no, amori, odi, vendette, lealtà e rivalità della crema intellettuale statunitense.