Erba, 18 colpi a Raffaella "Ferite letali inferte da due mani diverse"

Al processo contro i coniugi Romano parla l'anatomopatologo Giovanni Scola: &quot;Lacerazioni sui cadaveri prodotte da due armi e con intensità diversa. E' stato più di un soggetto a colpire&quot;. Azouz Marzouk dal carcere si rivolge ai Romano: <strong><a href="/a.pic1?ID=238942">&quot;Presto sarete dimenticati&quot;</a></strong>

Como - Il dottor Giovanni Scola esegue autopsie da 25 anni. Per questo, non tradisce emozioni quando riferisce asetticamente i risultati dell’esame sui corpi delle quattro vittime della strage di Erba (Como) e finisce, di fatto, per proiettare metaforicamente in aula il film della terribile serata dell’11 dicembre 2006. Ma l’orrore si avverte. Olindo Romano e Rosa Bazzi, gli imputati, nel frattempo assistono anche a quest’udienza imperturbabili. Non ridono, come altre volte. Cosa che ha irritato Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime, il quale dal carcere di Vigevano, dove si trova per una vicenda di droga, scrive: "Ridano, ridano ora, perchè non si vedranno più per tutta la vita e vivranno nella peggiore delle situazioni la loro solitudine".

La ricostruzione dell'anatomopatologo Sulla scorta dell’autopsia: Scola ha ricostruito la dinamica dell'omicidio. "Prima è stata colpita Raffaella Castagna, poi sua madre, poi il bambino, che era il meno pericoloso". Per massacrarli furono usati un corpo contundente e due armi da taglio (una spranga e due coltelli nella confessione, poi ritrattata, dei coniugi Romano). Colpi (18 quelli d’arma da taglio, più o meno gravi, che raggiunsero la sola Raffaella) inferti "con intensità diversa". La donna e sua madre, Paola Galli, furono colpite al capo «con notevole intensità», subendo lesioni devastanti, poi furono sgozzate. Meno profonde, salvo quelle alla gola del colpo di grazia, le ferite causate da due diversi coltelli. Raffaella non riuscì a difendersi, ci provò sua madre.

Gelo in aula: l'assassionio di Youssef Quindi fu la volta di Youssef, e il racconto di Scola ha fatto scendere il gelo in aula. "Il bambino morì dissanguato, tanto che durante l’autopsia non trovai sangue per l’esame ematico. La lama fu reiteratamente mossa all’interno della ferita per causare più danni possibili". Anche Youssef si difese, ma fu schiacciato sul divano, tanto che sul volto presentava segni di una mano che lo premeva.

I vicini di casa Valeria Cherubini, la vicina di casa, morì invece a causa del fumo dell’incendio appiccato da chi voleva distruggere i corpi. Anche lei fu colpita alla testa, non in modo mortale. Ci fu una colluttazione e fu raggiunta da svariate coltellate. Si rifugiò nel suo appartamento al piano di sopra, da dove era scesa dopo aver visto il fumo. Anche lei fu sgozzata, ma sopravvisse qualche minuto più degli altri. Suo marito, Mario Frigerio, che fu trovato rantolante sul pianerottolo, per il medico del 118, Mario Fazzari, che arrivò quella sera, era "cosciente, anche se non riusciva a parlare". A gesti gli fece capire che c’erano ancora tre persone in quell’inferno.

L'incendio Un inferno ricostruito dall’ingegner Massimo Bardazza, altro consulente, ad avviso del quale per appiccare le fiamme fu usato liquido infiammabile comunemente utilizzato per accendere caminetti oppure nei campeggi. Un dettaglio che non fu riferito da Olindo Romano e Rosa Bazzi che parlarono solo di due accendini e alcuni libri trovati in casa Castagna. Dettagli, apparentemente, che saranno oggetto di una più che probabile guerra di consulenze unitamente ad alcune affermazioni, poi corrette, di Scola sulla mano usata per trattenere Youssef (prima ha detto la destra, poi la sinistra, anche se non c’è dubbio, a suo avviso, che a sgozzare fu una mano sinistra, e Rosa Bazzi così aveva raccontato). Guerra preannunciata dalla presenza in aula di Carlo Torre, già a fianco della famiglia Franzoni nel caso di Cogne e, nel processo per la strage di Erba, esperto della difesa, che cercherà di far valere le "incongruenze" rilevate dalla difesa nella ricostruzione di Scola.