Erba, Azouz resta in cella Niente arresti domiciliari

Il tunisino marito di Raffaella Castagna, uccisa insieme al figlio, alla madre e a una vicina nella strage, resta in carcere. Il gip ha rifiutato la richiesta del legale di Marzouk: indagini non ancora concluse

Como - Azouz Marzouk, 27 anni, il tunisino marito di Raffaella Castagna, una delle vittime della strage di Erba, arrestato il 1 dicembre scorso per spaccio di droga, rimarrà in carcere. Il gip di Como Luciano Storaci ha infatti respinto l’istanza di arresti domiciliari da una famiglia di Lecco presentata dal suo legale, Roberto Tropenscovino. Le motivazioni del diniego del gip Luciano Storaci, lo stesso che aveva firmato le ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Marzouk e degli altri indagati, si basano sul fatto che l’inchiesta per spaccio di cocaina e hascisc non è ancora conclusa.

Proroga delle indagini Le indagini preliminari sono infatti state prorogate sino a fine febbraio, e da dicembre ad oggi la guardia di finanza ha acquisito nuove testimonianze di acquirenti di stupefacenti. Una di queste, in particolare, attribuirebbe a Marzouk un episodio di spaccio risalente al febbraio del 2007, due mesi dopo la strage di Erba. Per il gip, pertanto, oltre a restare il concorso di Azouz nell’attività di spaccio contestata, rimangono validi tutti e tre i presupposti della custodia cautelare: rischio di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. Anche il pm Massimo Astori, chiamato ad esprimere il suo parere sulla richiesta di scarcerazione, aveva dato parere negativo. Il giudice avrebbe inoltre giudicato inidonea la soluzione indicata dall’avvocato Tropenscovino, che aveva individuato una famiglia di Lecco, la famiglia Sancassani, disposta ad accogliere il tunisino durante il periodo di arresti domiciliari.

Motivazioni Nell’ordinanza di custodia cautelare era stato lo stesso giudice a indicare i motivi per cui Marzouk, in dicembre, non aveva potuto godere degli arresti a casa. Nel suo domicilio di Merone, infatti, indicato come punto di riferimento dell’attività di spaccio, vive anche la cognata, anche lei indagata, alla quale sono stati concessi i domiciliari per poter accudire i figli. E i due co-indagati non avrebbero potuto vivere sotto lo stesso tetto.