Erba, carcere a vita a Rosa e Olindo Romano

Ergastolo per il netturbino e la moglie, oltre a 3 anni di
isolamento diurno. La difesa: "Sentenza già scritta, ce l’aspettavamo.
Ma ricorreremo in appello". I due imputati si sono proclamati innocenti poi hanno atteso la sentenza in cella

Como - «In nome del popolo italiano questa Corte riconosce Romano Olindo e Bazzi Rosa... Angela Maria colpevoli dei reati loro ascritti e li condanna alla pena dell’ergastolo con 3 anni di isolamento diurno». Sono le 17 e 58 minuti e in aula cade il silenzio. Poi l’applauso, timido e liberatorio. Dopo 7 ore di camera di consiglio si conclude così il processo di primo grado per la strage di Erba. Per il presidente della Corte Alessandro Bianchi e per i giurati di Como il pm Massimo Astori ha ragione: Olindo e Rosa sono gli autori della mattanza che la sera dell’11 dicembre 2006 ha brutalmente spento quattro vite e segnato, inesorabilmente, quella di Mario Frigerio, il supertestimone creduto morto e resuscitato dopo 4 giorni in coma. I suoi figli Elena e Andrea sono lì, si abbracciano. Frigerio ha perso la moglie, Valeria Cherubini. Lui non c’è, ha preferito aspettare a casa la sentenza. «L’ha saputo, ha pianto», dice il suo avvocato Manuel Gabrielli.

Non ci sono neanche i due imputati, che avevano «annusato» aria di ergastolo sin dal mattino. Azouz Marzouk ha in mano due rose bianche, per sua moglie Raffaella Castagna e per il piccolo Youssef, reciso con un colpo di coltello alla gola a 30 mesi di vita appena. Pochi metri dietro c’è Carlo Castagna con i due figli. Singhiozza per Raffaella, la figlia con la quale non aveva rapporti da tre anni dopo la relazione con Azouz. E per la moglie Paola Galli, unico anello tra quei due mondi ormai distanti per sempre. Le cifre del risarcimento (60mila euro per Azouz, 500mila per la famiglia Frigerio) vengono snocciolate via via.

Pochi istanti dopo, fuori dall’aula, la solita ressa di microfoni e telecamente. Castagna ha ancora gli occhi lucidi: «La parola ergastolo mi angoscia - commenta - ma giustizia è fatta. Non abbiamo mai cercato vendetta. Ora spero che si pentano». Giustizia sì, «ma la pace è ancora lontana», sussurra poco lontano Andrea Frigerio. «Ora i miei cari potranno riposare in pace», dirà Azouz al suo avvocato e amico Roberto Tropenscovino. Solo il pm Astori sorride, prima di salire in ascensore: «Era l’unica sentenza possibile». Poco lontano, in un bar, le facce buie dei legali di Olindo e Rosa. «In appello la sentenza sarà capovolta - dice Enzo Pacia - ma in primo grado l’ergastolo era un copione già scritto. A Como, lo sapevo, non poteva che finire così - aggiunge - i miei assistiti sono stati dipinti come dei mostri e mostri dovevano essere». Dalle vetrine si scorge il presidente Bianchi, stretto nel suo cappotto nero. La gente che si trova nel piazzale esterno lo riempie di «grazie» e «complimenti».