Erba, il film dell’orrore va in onda in tribunale

Secondo giorno in aula: il giallo sulla presenza di uno straniero sul luogo della strage, notato da uno dei soccorritori. Le versioni di due testi non collimano sulla posizione del corpo in fin di vita del supertestimone

Como - L’orrore sbarca al processo sulla strage di Erba con le prime cinque deposizioni disposte dall’accusa e le immagini inedite delle vittime della strage. Nella ricostruzione emergono anche punti oscuri: un «terzo uomo» sulla scena del crimine e qualche contraddizione tra due testi. Sono i due soccorritori giunti per primi, poco dopo le 20.20, nella palazzina di via Diaz 25/a, Glauco Bartesaghi e Vittorio Ballabio, e le rispettive consorti. Il racconto di quella notte è agghiacciante. Alle 20.20 circa Ballabio esce per scuotere la tovaglia e vede del fumo uscire da una finestra del pianerottolo dei Castagna. Infila le scarpe e va a citofonare al vicino Glauco Bartesaghi, 42 anni, volontario dei vigili del fuoco. I due in pochi secondi corrono dall’altra parte della corte mentre la moglie di Bartesaghi chiama due volte il 115. Il portoncino è aperto, la luce è accesa. «Ne è sicuro?» chiede il pm Massimo Astori a Bartesaghi. Sì, ricorda il soccorritore, «la luce era accesa ed era tutto invaso dal fumo». I due, uno dietro l’altro, arrivano al primo piano dove trovano una scena agghiacciante: due corpi insanguinati, sul pianerottolo.

Ma qui le versioni divergono. Bartesaghi dice di aver trovato Frigerio a cavallo della porta di Raffaella. La testa fumante, una maschera di sangue, era dentro l’appartamento. Il resto del corpo fuori. «Era a pancia in giù - ripete - l’ho afferrato per le caviglie (sporche di sangue, dirà poi) e l’ho spostato». Ballabio sostiene invece di averlo trovato lungo le scale che portano al suo appartamento, al piano di sopra. Incongruenze insignificanti, forse. Bartesaghi racconta poi di essere entrato quasi carponi nell’appartamento della Castagna. Ci sono dei giornali buttati sul letto. La moglie di Azouz è a distanza di due passi, nell’atrio. Pancia in giù, testa spaccata in due. «Ho trascinato fuori anche lei ma era già morta». Bartesaghi prova a spegnere l’incendio, si fa passare un piccolo estintore da auto da Ballabio, ma questo gesto non basterà a domare le fiamme. Sa anche che in quella casa c’è un bambino. «Non l’ho visto», sospira. Poco più in là verrà trovata Paola Galli, madre di Raffaella, e sul divano il piccolo Youssef, trovati da un altro vigile del fuoco, il quinto teste. Bartesaghi va da Frigerio, che con un filo di voce indica «mia moglie (Valeria Cherubini, ndr) è su». La donna ha gridato aiuto. Ma salire a casa di Frigerio era impossibile, troppo fumo. La Cherubini verrà trovata morta davanti a una finestra, in posizione supina con le mani quasi a protezione della testa. Rosa arriva con Olindo verso le 22.30, i vicini le dicono della mattanza. E lei replica: «Visto Olindo? Qui non si può stare».

C’è poi una sorta di giallo legata alla presenza di un extracomunitario sulla scena del crimine. Secondo Bartesaghi è il siriano vicino di casa di Raffaella. Tanto che la moglie del vigile del fuoco volontario, l’avvocato Claudia Canali, appena arrivata nella palazzina gli chiede un telefonino per chiamare il 115, ma non ci riesce. Ma solo poche ore prima Monica Mengacci, moglie del secondo soccorritore Ballabio, aveva detto alla Corte di aver visto la famiglia dei siriani, due persone con in braccio due bambini, uscire poco dopo l’incendio.

Secondo quanto risulta al Giornale, il siriano ai pm non ha mai parlato dell’episodio del telefonino, ma anzi ha detto che ad avvisarlo dell’incendio è stato un ragazzo di trent’anni che gli ha bussato dalla finestra della cucina. Chi è dunque il nuovo uomo sulla scena del crimine?