Erba, le foto della strage Così fu ucciso Youssef

Il piccolo è stato freddato con due coltellate alla gola. Durante il processo alla strage di Erba, il racconto choc del medico svela gli ultimi terribili istanti del bimbo: inerme, al buio, massacrato senza pietà

Como - Basta già il buio a far paura a un bimbo di due anni. Quel buio che cala all'improvviso nella stanza dove, di solito, si può giocare, ridere. Correre in libertà. Con la mamma e la nonna che ti sorridono. Ma se in quel buio, all'improvviso, la mamma e la nonna non sorridono più. Ma si mettono ad urlare, cercano disperatamente, di sfuggire ai colpi mortali di un agguato vigliacco, che cosa può accadere ancora di più terribile? Può accadere che non sia più solo un brutto sogno, può accadere che una mano violenta schiacci il volto di quel bimbetto. Gli comprima gli occhi e la bocca per soffocare anche la più timida, improbabile reazione. E che un'altra mano, guidata dallo stesso odio, gli tagli la gola. E un bimbetto, che fino a pochi istanti prima stringeva al petto il suo orsacchiotto di peluche, ci metta pochi istanti a morire.

Può accadere che il piccolo Youssef, il figlio di Raffaella Castagna e Azouz Marzouk, venga trovato così: il capo reclinato sulla destra, le gambine che penzolano sul pavimento fino a sfiorarlo, la schiena appoggiata al sedile del divano, le braccia aperte. Come chi si arrende sfinito, al termine di una lotta impari. Dissanguato. Pochi attimi. Gli stessi pochi attimi che occorrono per tagliare il cordone ombelicale e mettere al mondo una creatura come lui, sono bastati agli assassini di Youssef per recidergli la carotide con due colpi di coltello. E tagliargli in quel modo anche l'ultimo rantolo, l'ultimo flebile respiro.
L'hanno trovato in salotto così, Youssef, i primi soccorritori entrati nella casa dell'orrore, in via Diaz a Erba, quella sera dell'11 dicembre 2006. E così l'ha raccontato ieri in Corte d'Assise l'anatomopatologo, Giovanni Scola, che effettuò l'esame autoptico sulle quattro vittime di quella strage. Sono le 11 e cinque minuti quando il dottor Scola, venticinque anni di autopsie, di morti ammazzati visti e maneggiati con la perizia di uno scienziato, comincia a raccontare quel film che soltanto uno sceneggiatore squilibrato potrebbe aver concepito. Gli occhi bassi a consultare, di tanto in tanto, la relazione che compilò un anno fa e custodita in quel fascicolo giallo che gira e rigira tra le mani, ma l'espressione che lascia indovinare, anche in lui, che pure ne ha viste tante, troppe, un senso di repulsione a raccontare le ferite mortali su quei corpi martoriati. Risponde ad ogni domanda con quei dettagli macabri che sono i tasselli del suo lavoro: «Il corpo del bambino presentava due ferite: una breve e netta, inferta da sinistra a destra con un coltello alla base del collo, l'altra che veniva provocata in successione da un colpo più forte, che penetrava nella regione sottomandibolare sinistra. Un colpo accompagnato da un movimento reiterato, all'interno della ferita, che recideva la carotide e interrompeva il flusso del sangue all'encefalo, provocando la morte rapidissima del bimbo per dissanguamento. Tant'è che io non ho trovato nel corpo del bimbo nemmeno il minimo quantitativo di sangue per gli altri rilevi del caso».

Scende il silenzio in aula. Come se sentissimo tutti il dolore lancinante di quelle coltellate. Come se anche a noi giurati, avvocati, giornalisti, pubblico, qualcuno tappasse la bocca per soffocarci il respiro. Persino Olindo e Rosa, chiusi in gabbia stanno zitti, non ridono più. Anche se forse è peggio visto che lui, a tratti, si addormenta. «Se si potesse mostrare quella foto, è una foto che rende l'idea», riprende il dottor Scola. Già, le foto. Dovrei non vederle, vorrei non vederle le fotografie. Perché i monitor dell'aula, rivolti verso i giornalisti, per decisione concorde di presidente e pubblico ministero sono stati oscurati. Ma è sufficiente alzarsi per sgranchirsi le gambe e infilare, anche casualmente, l'angolo di visuale proprio del pm e per trovarsi la morte, la ferocia, in primo piano. Ecco «l'ovale rosa che indica la penetrazione del coltello», «le ferite sulla manina insanguinata di Youssef che testimoniano l'accenno di reazione del piccolo prima di soccombere».

Chiudo gli occhi. Mi torna in mente l'immagine di quel buio. Il buio di un incubo, che scende all'improvviso e rapisce per sempre il bimbo che stringeva l'orsetto di peluche. Che guardava incantato le luci di un Natale, che per lui non è mai arrivato.