Erba, l’assassino con mannaia parla italiano

da Erba (Como)

Una persona sola, con una una mannaia in una mano e un coltellino svizzero nell’altra. Una persona sola, di razza bianca, forse italiano e forse di casa proprio a Erba. Ecco chi potrebbe essere il killer spietato, ancora senza nome, di Raffaella Castagna, del figlio Youssuf di due anni, della nonna e di una vicina di casa.
Nelle indagini sul massacro di Erba, il volto dell’assassino cambia da un giorno all’altro. Lunedì sera il dito del procuratore capo della Repubblica di Como Alessandro Lodolini era puntato su Azouz Marzouk, il marito tunisino di Raffaella da poco uscito dal carcere. Il giorno dopo si parlava di un clan organizzato, di pista calabrese, di trafficanti di droga ai quali Azouz doveva aver fatto qualche sgarro mentre era in prigione. Poi il quadro è cambiato di nuovo. In base a quello che avrebbe detto Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage, sarebbe stata solo una persona a compiere la carneficina di via Diaz. Qualcuno di conosciuto da quella donna nata per aiutare gli altri, un amico, forse addirittura un famigliare, qualcuno al quale lei avrebbe aperto la porta senza preoccuparsi. È vero che Raffaella era abituata a gente che gli altri lasciano ai margini della vita, tossicomani che vivono in comunità di recupero, extracomunitari con permessi di soggiorno inesistenti e fedine penali non proprio limpide. Ma il marito della vicina di casa uccisa nel massacro ha raccontato che l’uomo che ha tentato di sgozzarlo sarebbe un italiano, anche se con la carnagione olivastra. Gli hanno mostrato le foto di Azouz e dei suoi fratelli. E Frigerio li ha scagionati. Il supertestimone (sopravvissuto solo perché ha una malformazione alla carotide per cui l’assassino l’ha colpito ma non gli ha centrato l’arteria) si rivela prezioso.
Ieri i carabinieri sono tornati sul luogo del massacro. Ancora una volta hanno setacciato la casa centimetro per centimetro raccogliendo altri reperti. Il segreto è rinchiuso in quella abitazione alla quale non si accede se non si hanno le chiavi di tre porte. Quella del cancello, quella dell’ingresso comune e quella della casa di Raffaella e Azouz. Forse nessuno dei vicini ha visto niente perché non c’era niente da vedere. Nessuna faccia strana, nessun uomo in fuga. Solo qualcuno di conosciuto che è entrato, forse ha iniziato a litigare con Raffaella, per questione di soldi o per quel matrimonio con Azouz che i genitori della ragazza avevano finito per digerire ma i fratelli no. «Lei voleva trasferirsi in Tunisia con suo marito – ha raccontato Carlo Castagna, il fondatore di quell’impero di arredamenti di lusso che è Cast & Cast -. Stavano costruendo un progetto di vita insieme, lei aveva abbracciato la conversione islamica e aveva deciso di ricominciare la sua vita laggiù». Chissa se sta in questo la chiave del massacro. Anche se tutte le altre ipotesi sulle quali stavano lavorando i magistrati restano in piedi. Azouz non sa più a cosa pensare. «Per me è successo tutto sulle scale e sono state più persone».
Ha sempre gli occhiali neri e ora anche un collarino di quelli che si mettono per i colpi di frusta. È la conseguenza della testata che ha dato contro un muro l’altra notte, dopo aver perso la calma in caserma perché il magistrato non arrivava ad interrogarlo ed era ormai notte fonda. «Chi ha fatto tutto ciò - ripete - è un animale. Anzi sono degli animali perché non era uno solo. Conosco Raffa, sa difendersi, si difende come un leone, soprattutto con un bambino come nostro figlio di mezzo. Volevano inchiodarmi, mettermi di mezzo. Forse sono stato io, senza volerlo, a fare tutto questo disastro». Dunque lui per primo lascia aperta l’ipotesi di uno sgarro. Ma quale non lo dice.