Erba, l’ultimo addio è uno show da paparazzi

nostro inviato

a Zaghouan (Tunisia)
«Aho! fatte ’n là. Sposta stà telecamera e famme fotografà sennò te spacco ’l grugno...».
Toni che si alzano, gomitate che partono, minacce che roteano nell’aria. E che sovrastano i versetti del Corano, recitati dalle prefiche di Zaghouan. Dovremmo essere, come in effetti siamo, a un funerale, per giunta a un funerale islamico, particolare che dovrebbe muovere, se non rispetto, almeno a silenziosa curiosità. E invece ci ritroviamo nel più becero «barnum» dell’idiozia mediatica. Il reality show tanto temuto dalla famiglia Castagna, al suo arrivo, avant’ieri sera, in Tunisia, puntualmente si manifesta in tutte le sue miserie.
Come nel più scontato dei film dell’orrore tutto comincia nella notte, qui a Zaghouan. Quando, durante la veglia funebre, nella casa dove vive la famiglia di Azouz Marzouk, marito tunisino di Raffaella Castagna, nonché padre del piccolo Youssef, qualcuno solleva le tapparelle e consente all’obbiettivo di una macchina fotografica di rubare, con decine di scatti, l’intimità del momento più intimo della cerimonia.
A eccezione dei familiari delle vittime della strage di Erba, la palazzina bianca dei Marzouk è infatti giustamente interdetta a tutti i non musulmani. E ancora più a tutti i curiosi. Dentro ci sono due famiglie che avrebbero tutto il diritto di piangere in pace. E con loro una sessantina di donne che intonano per tutta la notte i salmi di rito, attorno alle bare di Raffaella e Youssef, coperte dal drappo verde del lutto islamico e adagiate sui tappeti della stanza principale. Eppure quell’intimità viene violata.
Addirittura, sostiene qualcuno, dietro lauto compenso. Esclusiva è la stridente quanto deprimente parola che comincia a circolare nel corteo assieme a certi arruolatori di grandi fratelli, prim’ancora che il funerale abbia ufficialmente inizio. Esclusiva è la parola, non pronunciata ma contro cui, ben si capisce, si scaglia Pietro Castagna, fratello di Raffaella, quando affida ai giornalisti una dichiarazione che riportiamo testualmente, riferita a Fabrizio Corona, noto specialista di paparazzate ai vip, che era presente alle esequie. «Attraverso il nostro legale abbiamo diffidato l’agenzia di Fabrizio Corona dal pubblicare o diffondere immagini della nostra famiglia in situazioni private senza il nostro consenso». È la seconda pietra tombale, dopo quella posata, in un giorno di simil estate, in questo cimitero sulla collina di Zaghouan su due corpi straziati. Una vicenda che ieri, anche qui in terra araba, è stata affrontata con la solita, disarmante lucidità, se pur con gli occhi umidi di lacrime, da Carlo Castagna. «Attenti, fate piano. Non giratela, tiratela fuori tenendola parallela». Mancano pochi minuti alle 14 quando, sotto un sole che brucia, stretto nel suo cappotto grigio che sembra soffocarlo, circondato da una folla di musulmani che ritma litanie, il grande patriarca vive il momento drammatico dell’inumazione delle salme. L’epilogo di un dramma che ha sconcertato l'Italia, in una terra che non conosce. Eppure ha voluto esserci. E, in prima fila, con la forza della fede o con quella disperazione, dirige e coordina anche quest’ultimo, estremo, pietoso atto. Assiste impassibile quando i feretri vengono aperti e le due salme calate nella terra nell’involucro di zinco dentro al quale le avevano sigillate a Como. Gli tiene la mano sulla spalla, il figlio Pietro.
«Non preoccuparti», gli sussurra il padre, poi di nuovo volge lo sguardo su quelle bare, sulla fossa per Raffaella che sembra non convincere lui, pragmatico uomo della Brianza più schietta. «No, così non va bene, la fossa è troppo stretta, dovete allargarla, dovete scavare altri venti-trenta centimetri almeno. Diglielo anche tu Azouz, devono allargarla». I colpi di piccone, si fanno largo tra le pietre che, quando tutto sarà finito, ricopriranno le bare. Sembrano ritmare la preghiera comunitaria dei tanti musulmani di Zaghouan che ieri hanno voluto esserci per dare l’addio a questi due morti ammazzati in quel modo spietato, venuti a riposare qui dall’Italia. Carlo Castagna, costretto a rimanere fuori dalla moschea perché non musulmano in compagnia di Azouz, musulmano ma non praticante («A Raffaella farebbe piacere se tu cominciassi a frequentarla la moschea», raccomanda a suo genero), è come un soldato in trincea che stringe decine e decine di mani. È la tradizionale conclusione del rito, quando le famiglie dei defunti si vedono sfilare davanti, uno dopo l’altro tutti gli uomini che hanno seguito il funerale (le donne si possono recare al cimitero solo dal giorno dopo) per le condoglianze.
Si arrampicano le strade di Zaghouan. E prima o poi conducono tutte nelle stesso punto. Lassù, in cima. Su quella collina che domina tutta la valle che venne attraversata dalle centurie romane dirette a Cartagine nel 146 prima di Cristo. Lassù, in cima dove, tra agavi e alberi che sembrano ombrelli, i corpi di Raffaella Castagna e del suo bimbo Youssef, lavati da ogni impurità, cosparsi di olii ed essenze purificatrici come prevede il rito musulmano, da ieri guardano verso la Mecca. Poco importa sapere oggi se davvero Raffaella fosse già una musulmana convinta. Non importa più nemmeno a lui, Carlo Castagna il mobiliere cattolico che ha predicato il perdono. E che ora stringe mani e ringrazia con un sorriso. «Grazie. Merci. Merci a tout le monde».