Erba, la lettera di Olindo e Rosa "Noi in carcere ingiustamente"

In anteprima la lettera dei coniugi Romano accusati della strage: "Estorte le confessioni. Siamo stati manipolati"

Rosa Bazzi - Olindo Romano

Carcere di Bassone, Como
Lunedì 14 gennaio 2008
Le «confessioni» che il pm e altri hanno ascoltato, in cui noi ci definivamo gli autori degli omicidi avvenuti la sera del 11.12.06 a Erba, tali non sono. In quella particolare situazione in cui io e la mia consorte ci siamo trovati non era altro che il frutto di una persecuzione e di una sottile violenza psicologica, attuata nei nostri confronti da chi stava svolgendo le indagini, in buona o malafede (Ris esclusi). E da quella macchina che definiscono informazione «divenuta in parte una sorta di impianto di riciclaggio», fare notizia, apparire, condannare, influenzare l’opinione pubblica ancor prima che le indagini siano concluse (Anche il libro Vicini da morire pubblicato senza il nostro consenso). Ci siamo ritrovati in carcere in stato di fermo, senza nemmeno saperlo, c’è lo hanno comunicato poi, con tre motivazioni...
1) temevano una nostra reazione violenta
2) la fuga nella vicina confederazione Elvetica, «preciso che se volevamo fuggire ne avevamo avuto tutto il tempo»
3) per la nostra incolumità fisica ed eventuali ritorsioni. Non siamo stati certo noi a spargere la voce dell’arresto imminente dei colpevoli, ancor meno a far sapere che il sig. Frigerio aveva riconosciuto in me il suo presunto aggressore. La situazione che avevano creato non era più sotto il loro controllo e per salvarsi la faccia eccoci al Bassone. Anche qui la sottile violenza psicologica continuava la sua opera, il terzo giorno di permanenza nelle patrie galere si presentano due carabinieri per rilevarmi le impronte digitali che già ne avevano in abbondanza, il loro scopo era ben altro, farci confessare o per lo meno provarci.

Io chiedevo di vedere mia moglie, parlargli, sentire come stava, loro mi dissero che questo lo poteva autorizzare il pm solo che in cambio noi, in poche parole dovevamo confessare, almeno questo è quello che ho capito io, aggiungendo che poi ci saremmo sentiti meglio etc. etc., così concordai la cosa. Così ho approfittato dell’occasione per vedere la mia compagna e parlargli, senza nessuna intenzione di addossarci degli omicidi che non avevamo commesso, mi sarei limitato a confermare la deposizione rilasciata ai carabinieri in precedenza. Poi durante l’interrogatorio le cose hanno preso una piega diversa, ci hanno prospettato l’ergastolo ma la cosa che ha indotto mia moglie a confessare assumendosi tutte le responsabilità è che sarebbe stata l’ultima volta che mi avrebbe visto in quanto uno dei due sarebbe stato trasferito in un altro carcere etc. etc. così è iniziata l’estorsione delle nostre «confessioni», il resto lo sapete. Loro pensavano di aver risolto il caso, intanto le indagini proseguivano, chiuse queste ultime non c’è nulla che ci collega sulla scena del crimine, come nulla hanno trovato nella nostra abitazione, tanto meno nelle intercettazioni ambientali. Con l’incidente probatorio (Olindo intende con il processo, NdA) proveremo la nostra estraneità ai fatti accaduti. Quella sera eravamo a Como come abbiamo detto sin dall’inizio. Quelle che loro considerano confessioni non altro sono che notizie raccolte nel mese precedente all’arresto, qui mi fermo.