Erdogan cerca l’accordo coi deputati curdi

da Ankara

Non si è concesso alle telecamere fino al tardo pomeriggio. Molti pensavano avesse preso qualche ora di sosta dopo una campagna elettorale dai ritmi serrati per godersi il suo trionfo e riposarsi. Invece il premier Recep Tayyip Erdogan, da vero stakanovista, era già al lavoro nella sua casa di Ankara. Da solo, come già fece per le liste dei candidati, compilate senza l'aiuto dei due fedelissimi Bulent Arinc e Abdullah Gül. Carta, penna e concentrazione per pensare al nuovo governo, per farlo apparire più moderato e meno islamico, messaggio che del resto ha già cercato di far passare durante la campagna elettorale. Il consenso plebiscitario conseguito alle urne non basta, ed Erdogan lo sa bene. Per questo il premier sta lavorando al nuovo governo e alla formazione di una squadra affiatata almeno quanto la precedente. Nonostante il risultato, infatti, il leader islamico-moderato potrebbe incontrare qualche problema soprattutto con la corrente più conservatrice del suo partito, quella capeggiata da Bulent Arinc, presidente uscente della Tbmm e che con ogni probabilità non verrà riconfermato nel suo incarico. Al suo posto si fanno i nomi dell'ex-ministro della Giustizia, Cemil Cicek, che fa parte della stessa corrente di Arinc, o del più moderato ex ministro della Difesa, Mehmet Vecdi Gönül, già candidato in aprile per la presidenza della Repubblica.
Ma Erdogan sta già sicuramente pensando a come rendere effettiva l’alleanza parlamentare con i 24 deputati indipendenti eletti nelle file del partito curdo. Accordo fondamentale per risolvere, o almeno provarci, l’annoso problema dell’est del Paese, a maggioranza curda e martoriato da oltre trent’anni di guerriglia a opera del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Ma non solo. L’alleanza con i curdi, che in questo caso diventerebbero l’ago della bilancia in Parlamento, interessa a Erdogan anche per la nomina del futuro presidente della Repubblica. L’Akp ha conquistato 341 seggi, gli indipendenti curdi sono 24, più altri 3 che il premier potrebbe cercare di attirare nella sua orbita. Se ci riuscisse, avrebbe i 367 deputati necessari a fare eleggere il capo dello Stato e la cui mancanza, in aprile, determinò la duplice e solenne bocciatura di Abdullah Gül, delfino di Erdogan, bocciato perché considerato troppo filo-islamico. Il premier dovrebbe aver imparato la lezione, e non solo dal punto di vista numerico.
Il Paese si aspetta un nuovo presidente della Repubblica e prima ancora un candidato il più possibile di garanzia. L’esperienza passata dovrebbe indurre il premier ad accontentarlo. Sulla faccenda, per il momento, Erdogan è cautissimo. Ieri nel tardo pomeriggio si è recato dal presidente Ahmet Necdet Sezer, un ultralaico con cui non ha mai avuto buoni rapporti, per rassegnare le dimissioni formali in attesa del nuovo incarico.
Di buonumore ma visibilmente provato dalle fatiche della campagna elettorale, il leader islamico ha parlato poco con i giornalisti, facendo solo una battuta sulla questione presidenziale: «Prima bisogna formare il consiglio dei ministri, ma è chiaro che dopo l’ufficializzazione delle nomine ce ne occuperemo e che sarà un momento molto importante. Ed è chiaro che le opinioni di Abdullah Gül per me saranno molto importanti». Gül sembrerebbe quindi più un consigliere che un possibile candidato alla carica più alta dello Stato. Per il momento si sa solo che Erdogan sta pensando, e che dovrà camminare sulle uova, cercando di non romperle sia all’interno sia all’esterno della sua maggioranza.
L’Alta commissione elettorale entro una settimana al massimo ratificherà i risultati del voto di domenica. I primi di agosto il Parlamento sarà operativo e in grado di eleggere il suo presidente. A metà mese potrebbe cominciare a discutere sul nuovo presidente della Repubblica. Che per Erdogan e per la Turchia, seppure per motivi diversi, è la cosa più importante di tutte.