Erdogan: «Le donne turche devono poter portare il velo»

Marta Ottaviani

La Turchia potrebbe decidere di riammettere il velo islamico nelle scuole e negli uffici pubblici. Lo ha dichiarato l’altro ieri sera il premier Recep Tayyip Erdogan in un’intervista all’emittente Ntv. Il primo ministro ha precisato che l’Akp, il partito di radici islamiche che detiene i due terzi dei seggi in Parlamento, è disposto a tenere un referendum sulla reintroduzione del velo e a «sondare così la volontà degli elettori». La decisione è stata presa dopo che all’università Atatürk di Erzurum, una delle zone più religiose del Paese, le parenti di alcuni studenti non sono state ammesse in un’aula proprio perché avevano il capo coperto da un foulard.
A dare supporto al primo ministro è giunta una petizione per abolire il divieto di indossare il velo islamico femminile sottoscritta da 25mila persone e consegnata ieri ad Ankara al presidente della Repubblica da una dozzina di donne velate al termine di un corteo. Secondo questo gruppo, le donne turche che portano il velo sarebbero il 60 per cento.
Una doccia fredda per l’opposizione di governo e una provocazione per l’Europa, proprio nel giorno del vertice di Bruxelles. Il turban, il velo islamico turco, copre il capo ma lascia scoperto il volto, a differenza del chador arabo o del burka afghano. Fu vietato ufficialmente nel 1924 per volere di Mustafa Kemal Atatürk, che aprì una lunga e straordinaria stagione di laicizzazione della Turchia. Erdogan non ha mai nascosto la sua contrarietà alla legge che vieta alle donne di indossare il turban nelle scuole e negli uffici pubblici, ed è da sempre molto criticato perché lo portano anche sua moglie Eminè e le figlie. Proprio nei giorni scorsi Deniz Baykal, leader del Chp, il principale partito di opposizione, aveva dichiarato: «Il velo islamico non si addice alla moglie del premier. Se lo porta lei crea una crisi di identità nel Paese».
Un attacco politico, certo, ma c’è dell’altro. Da tempo nei palazzi di Ankara circolano indiscrezioni secondo cui Erdogan si starebbe preparando a prendere il posto del presidente turco Ahmet Necdet Sezer, con il quale ha in corso una vera e propria guerra istituzionale a causa del nuovo codice penale, approvato dal Parlamento ai primi di giugno. Le elezioni si terranno nel 2007 e le frange più riformiste temono un brusco stop al processo di riforme nel Paese.
Lerzan Tascher, portavoce dell’Ihd, una delle poche associazioni per la tutela dei diritti umani dichiarate legali in Turchia, ha definito le parole di Erdogan «una follia». «Con questa ha superato ogni limite - ha detto -. La verità è che Erdogan ha perso la speranza di entrare in Europa e deve trovare il modo di salvare la sua carriera politica, cercando di sostituire il presidente Sezer, convinto assertore di uno Stato laico. Noi ci opporremo con tutte le nostre forze, anche perché i diritti delle donne in Turchia vengono già abbondantemente calpestati».
E se il ministro degli Esteri Abdullah Gül continua a dichiarare che le riforme vanno avanti, soprattutto per quanto riguarda i diritti umani e il sistema legale, ormai la stampa turca parla dell’ingresso in Europa con i toni di un de profundis. Una messa da requiem alla quale potrebbe partecipare anche una parte della popolazione. Intonando un inno di gioia.