Gli eredi del benefattore: "Siamo stati tutti traditi"

La famiglia del barone Quintieri va alla battaglia legale: «Non
vogliamo riprenderci niente, ma solo realizzare il suo desiderio». Il testamento: il nobile
«non sarebbe contento» di
vedere i suoi quadri
nelle stanze della giunta<br />

Vorrebbero chiudere la faccenda con un «no comment», e lasciare che la loro voce sia quella filtrata dagli stralci del contenzioso giudiziario che vede gli eredi del barone Giovanni Paolo Quintieri opposti all’amministrazione regionale campana.
Con i primi che reclamano la restituzione della villa, del palazzo, delle aziende agricole, dei lampadari e dei comodini, di tutte quelle «cose» che il nobile romano aveva voluto lasciare ai ragazzi non vedenti, e non immaginare piazzati ad abbellire stanze ed uffici della Regione Campania. Del cui patrimonio ora, invece, fanno stabilmente parte. Regione che è inadempiente, appunto, per gli eredi. Perché non ha rispettato quello che Giovanni Paolo aveva chiesto.
Ora che la storia torna sui giornali vogliono restare comunque lontani dai riflettori. «C’è un giudizio in corso», spiega un consulente degli eredi. Che lasciano comunque trasparire la loro «tristezza» per le notizie lette sulla stampa.
La sorte toccata ai palazzi di famiglia e agli arredi del barone non soddisfà di certo le loro aspettative. Il messaggio che passa è quello che andrebbe comunque tutelato il vincolo a cui l’antenato aveva legato quella donazione. Voci stanche, sfiduciate, una sequela di sospiri e di «preferisco non dire niente».
Tra le righe, soltanto la voglia di rimarcare come fosse difficile equivocare quella richiesta così chiara: vendere tutti i beni mobili nell’esclusivo interesse dell’Istituto Colosimo e dei suoi ragazzi non vedenti. Proprio lì sua madre, Evelina Casalis, aveva per anni e anni, fin dall’inizio del secolo scorso, lavorato in silenzio sia come volontaria sia come finanziatrice.
Una storia di beneficenza che Giovanni Paolo aveva voluto ricordare con il suo gesto, spiegano oggi i suoi eredi. Che vogliono anche sgombrare il campo da equivoci: non c’è volontà di «riprendersi» alcunché, nel giudizio contro la Regione cominciato da ormai sette anni. Ma soltanto la voglia di realizzare, a quasi 40 anni dalla morte, il desiderio del barone Quintieri.
La sua volontà che è rimasta inattuata, dal momento che la «liquidazione» di quadri e preziosi che il nobile romano aveva ordinato non è stata mai portata a termine, anzi mai nemmeno cominciata. Le giustificazioni «ufficiali», e giuridiche accampate dall’ente, che sostiene ormai di poter liberamente disporre di quei beni, non convince e comunque non consola. Il problema è «più morale che giuridico», si sussurra tra amarezza e delusione.
Disapprovando l’uso fatto dei beni fino a oggi, nel timore di sperperi e nella convinzione di quella parola che è anche l’architrave del giudizio civile: inadempienza alle disposizioni testamentarie di Giovanni Paolo, che probabilmente «non sarebbe contento» di vedere i suoi quadri abbellire le stanze degli uffici della giunta o del consiglio regionale. Comprensibile.
MMo