Gli eredi del Camel Trophy Quando lo sport è estremo

Ritorna la gara del mito che negli anni ’80 e ’90 ha entusiasmato migliaia di persone. Perché per partecipare non serve essere un professionista, ma avere coraggio e un po’ di tempo libero. Ora si ricomincia con concorrenti di 18 nazioni diverse

C’erano una volta le Land Rover Defender e Discovery color sabbia, che dal 1980 al 1998 sono state protagoniste di un'avventura alla quale molti hanno sognato di poter partecipare. Come confermato dalle migliaia di adesivi gialli che ancora campeggiano sulle carrozzerie di molte auto, non necessariamente 4x4. Il Camel Trophy ha segnato un'epoca e con le sue canoniche mille miglia in fuoristrada distribuite negli angoli più remoti del globo ha soddisfatto la voglia di sensazioni forti di un ristretto numero di appassionati. Poi il giocattolo si è rotto, vittima di norme antifumo sempre più severe, proprio quando stava cercando di cambiare pelle, di passare dalla spedizione automobilistica estrema al ruolo di competizione multisport più al passo con i tempi.
Per qualche anno, quindi, chi sperava di passare un mese della propria vita in modo diverso, in regioni fuori dalle rotte turistiche e senza mai mettere mano al portafogli, ha dovuto arrendersi. Fino a quando, nel 2002, Land Rover ha deciso di occuparsi in prima persona di questo popolo di turisti che non ama le agenzie e i pacchetti tutto compreso. Il G4 Challenge nasce per coniugare le esigenze dei potenziali clienti con quelle di un costruttore che ha in listino solo auto a trazione integrale e vuole farle conoscere al mondo in un momento nel quale il 4x4 è sempre più trendy, anche in città. Da noi lo chiamano gi quattro, chi lo ha inventato dice gi four, ma quale che sia la lingua, la G significa sempre globale. Perché, a differenza di tutte le altre competizioni estreme, non si svolge su una regione ben determinata, ma interessa più continenti. Nella prima edizione, quella che si è svolta nel 2003, la carovana è partita dalla costa orientale degli Stati Uniti e successivamente si è trasferita in Sudafrica, quindi in Australia, per tornare in America, nella parte occidentale. E a ogni settimana i concorrenti hanno trovato un'auto nuova e diversa, verniciata nel vistoso arancione, che ha ormai strappato al giallo sabbia il colore ufficiale dell'avventura.
Una manifestazione di queste proporzioni non può avere cadenza annuale, così dal 2003 si arriva direttamente a oggi, perché ad aprile prenderà il via l'edizione numero due. Che imporrà ai partecipanti due trasferimenti aerei in meno, ma non sarà meno affascinante. Si partirà infatti il 23 aprile da Bangkok, per finire a Tarija, dopo avere attraversato Thailandia, Laos, Brasile e Bolivia alla ricerca delle prove da affrontare. Nell'era del Gps e dei satelliti, non si viaggia in convoglio, i concorrenti delle 18 nazioni si muovono autonomamente, dopo avere scelto le discipline più congeniali da affrontare a ogni tappa.
Il regolamento impone ogni giorno il passaggio da una determinata prova, lasciando libera scelta per tutto il resto, dalla sequenza al numero di luoghi da visitare. L'organizzazione spetta all'equipaggio, che decide in base allo stato di forma. In fondo i punti indicati per effettuare le durissime prove di guida, di arrampicata, di mountain bike o di canoa sono molti più di quanti si possano raggiungere dall'alba al tramonto. Ma nessuno si preoccuperà se da una postazione non transita nessuno. Anche perché lì non c'è nessuno ad aspettarli, ci sono solo i rilevatori elettronici di partenza, transito e arrivo posti alle coordinate segnalate.
Chi ha già partecipato assicura che il G4 non è una passeggiata per chi non è un professionista dello sport. E visto che i professionisti non sono ammessi, c'è spazio solo per i «terrestri», è dura per tutti. Parola di Alberta Chiappa, chimica di professione, che tre anni fa ha difeso i colori italiani con un quattrordicesimo posto, strappato all'ultima prova a una ben più muscolosa americana, marine nella vita. Le difficoltà in una gara come questa sono molte, non solo per una ragazza, e non solo nelle prove più isolate. Gli unici momenti di riposo in quattro settimane sono quelli che si godono sull'aereo nel trasferimento da un continente all'altro. Poi non c'è tregua, nemmeno nelle prove organizzate nei grandi centri urbani, Bangkok e Rio de Janeiro. Anche lì riescono a organizzare scalate, traversate e prove di guida veramente impegnative. Senza dimenticare che quest'anno, dopo tre settimane si arriverà alle fasi finali a oltre 4.000 metri di quota: e il problema di rarefazione dell'aria e il mal di montagna si sommeranno alla fatica accumulata. I limiti determinati dall'altitudine si combattono muovendosi lentamente, senza compiere sforzi, esattamente il contrario di quel che la Land Rover ha preparato. Non bisogna infine dimenticare le difficiltà di convivenza con il compagno di squadra, che non è della stessa nazione. Al G4 Challenge gli equipaggi cambiano ogni settimana, gli accoppiamenti sono fatti dai rappresentanti delle ultime nove nazioni classificate, che scelgono tra quelli meglio piazzati.
A questo proposito l'Italia non è nelle condizioni di scegliere. Nell'ultima fase di avvicinamento all'evento finale, le selezioni internazionali in Inghilterra, che hanno seguito quelle nazionali svolte in Toscana, i nostri rappresentanti non hanno infatti avuto rivali. Federica Friz, Iacopo Soldaini e Marco Martinuzzi hanno vinto tutti i confronti diretti, lottando contro gelo e fango, dimostrando di essere una squadra affiatata. Ma da qui in poi il team si scioglie, continua solo uno dei tre, il ventinovenne Martinuzzi, bagnino di professione. I suoi compagni di avventura mantengono il ruolo di riserve e terranno le valigie pronte fino all'ultimo momento. Le possibilità di sudare tra le risaie del Laos e di arrivare stremati ai controlli in Bolivia sono molto remote. Ma non è certo al riposo che hanno pensato il giorno che hanno inviato il loro curriculum al centro di reclutamento.