Gli eredi indegni di Pasolini ritrovato

Credo che pochi siano riusciti a rimanere davanti alla televisione per guardare i documentari sul trentennale della morte di Pasolini, le interviste allo scrittore-regista e ai suoi amici. Chi ha resistito alla noia, concentrandosi soltanto sul contenuto di queste trasmissioni di repertorio, si sarà accorto di quale sia l’abisso culturale, comunicativo, ideologico, linguistico che ci separa da quel tempo ed avrà sicuramente qualche elemento in più per capire i motivi del successo di Celentano e dell’Isola dei famosi che sono le due facce della stessa medaglia. E sono trascorsi soltanto trent’anni, non un’eternità.
Chi dunque ha resistito alla noia di quelle trasmissioni, anche se ha apprezzato, apprezza la poesia di Pasolini e i suoi film dovrebbe ammettere con un po’ di sincerità quanto fosse patetico Pasolini con i suoi proclami contro il capitalismo, contro la modernità, con quella sua esaltazione del mondo pre industriale, del sottoproletariato fatto di gente pura e semplice, con quel suo dichiararsi marxista, il che significava essere nel giusto, nel vero, nel bene.
Era patetico ma anche falso. Falso perché rivendicava per l’artista autentico, quale lui si riteneva, il dovere di essere contro: contro il sistema, contro le istituzioni, contro la morale dominante, contro il Palazzo. Lui però scriveva sul Corriere della Sera, giornale sommo della borghesia italiana, pubblicava i suoi libri in un’importante casa editrice di un ottimo capitalista, i suoi film non erano underground, proiettati in qualche scantinato, ma costavano tutti i soldi necessari per una produzione che non era né contro il sistema, né contro le istituzioni.
Oggi ci si chiede perché gli intellettuali di sinistra siano dappertutto e incontrastati; ascoltando Pasolini si ha la risposta. Importante era essere contro a parole e compromissori nei fatti. Con le parole, con gli scritti si era grandi rivoluzionari, nei fatti si usavano tutte le opportunità e le occasioni messe a disposizione dall’odiato capitalismo per la propria autocelebrazione.
E poi c’era la Storia a dare il suo sostegno a questa mistificazione. A sinistra c’era il giusto, il vero, il bene, mentre dall’altra parte c’erano un cattolicesimo con la sua morale conservatrice, un liberalismo laico con il suo capitalismo e una destra da ricacciare nelle fogne, così come recitavano gli slogan della sinistra colta.
Pasolini è morto trent’anni fa, ma i pasoliniani sono rimasti, senza il suo genio ma con la sua arroganza, senza la sua ideologia (declinante dall’89) ma con la stessa convinzione di essere nel giusto, senza le sue contraddizioni realmente vissute ma con la sua stessa smania di delegittimare, di interdire, di reprimere moralmente chi non intenda far parte del gruppo di sinistra.
Trent’anni fa, l’intellettuale era espressione di una élite culturale che, sia pure con le sue ambiguità, rappresentava la coscienza critica, riflessiva, etica della società. E la politica si serviva di questa figura, in forme diverse, quando aveva bisogno di difendere i suoi progetti e la sua azione con un sostegno culturale critico, etico. La dissoluzione delle ideologie, dopo la caduta del Muro di Berlino, e la televisione hanno terremotato il tradizionale sistema di comunicazione delle élite culturali. La televisione ammette soltanto la presenza di un intellettuale nazional-popolare, figura che sarebbe fondamentale per la sorveglianza del sistema di comunicazione di massa ma che trova del tutto impreparata al compito la stragrande maggioranza degli intellettuali chiusi nel loro snobismo e nella loro autoreferenzialità. A ciò si deve aggiungere che dopo l’89 non hanno più senso le grandi interpretazioni del mondo (alla Pasolini e compagni) che era pane quotidiano delle élite culturali. Così la figura di questo intellettuale snob, autoreferenziale, senza profezia è del tutto inutile sul piano culturale. Tuttavia riesce a conservare un indiscutibile potere di delegittimazione, di interdizione trasformandosi in un nichilista ilare, corrosivo, distruttivo e affidando i messaggi di rigenerazione del mondo ai suoi guitti servili, ai Celentano, ai Benigni, ai Luttazzi ecc. ecc., i quali incassano i soldi, ringraziano, e se ne fregano altamente delle idiozie che dicono.