«Gli eredi? Non ci sono: mancano le idee. E gli uomini»

L’anticonformismo metodologico di Massimo Fini è esemplificato dalla carriera giornalistica (dall’Avanti! al «nuovo» Borghese) e dal percorso intellettuale (dal relativismo culturale alla Levi-Strauss al «Movimento Zero», fondato nel 2005 al di là delle vecchie e inutili categorie Destra/Sinistra contro il mostro tricefalo globalizzazione-industrialismo-democrazia rappresentativa). A suo modo, un anti-intellettuale disorganico molto prezzoliniano.
Massimo Fini, cosa fu «La Voce»?
«Una rivista-capolavoro da cui nacque il meglio di fascismo e antifascismo, anche se Prezzolini, quando glielo dicevano, rispondeva: “Sì sì, ma vendevamo solo 3mila copie”. Criticando in questo modo gli uomini del suo tempo... Anche se 3mila copie in quel contesto erano tantissime. E comunque, al di là dei numeri, quello che “pesava” era l’influenza. Non era importante arrivare al grande pubblico, ma a quelli che a loro volta parlavano al grande pubblico».
Come «Il Foglio» di Giuliano Ferrara: poche copie ma pesanti.
«Un paragone che vale sì e no. Sì per la capacità di influenzare i “guardiani” del pensiero. No per il taglio dei due giornali: politico quello di Ferrara, culturale quello di Prezzolini».
Ma c’è stato un giornale che si può avvicinare alla «Voce»?
«Fatte le debite proporzioni, mi sento di citare il mensile Pagina che facemmo io e Aldo Canale agli inizi degli anni Ottanta e dal quale sono passati lo stesso Ferrara, Galli della Loggia, Mieli, Battista, Mughini... Vendevamo 13mila copie e durammo 5-6 anni. Ma sono sicuro che quando sarò stecchito mi ricorderanno soprattutto per questa rivista».
Qualcun altro che si è ispirato a Prezzolini&soci?
«Mah, se l’ispirazione significa radunare un gruppo di intellettuali per fare delle battaglie culturali, allora si può citare per qualche verso l’Italia settimanale di Veneziani, oppure il Borghese di Vimercati. Ma il fatto è che mancano i presupposti: cioè gli uomini e il contesto. Oggi non esiste né la “comunità intellettuale” di Prezzolini, ristretta magari, ma che intanto esisteva, né la “società degli eccellenti” di cui parlava Giorgio Bocca. Oggi più che altro c’è una congrega di gente che si scambia favori».
Pessimista, come al solito.
«Ma per capire come è conciata l’Italia basta aprire la nuova edizione del Catalogo dei viventi di Dell’Arti, dove io peraltro sono trattato benissimo: gli scrittori, i filosofi, gli artisti non contano niente. La scheda di Luisa Corna è lunga cinque volte quella di Salvatore Veca. Capisce? Con un rutto Costanzo può distruggere la Critica della ragion pura».
Sta dicendo che oggi non c’è una «Voce» perché...
«Esatto: perché non ci sono gli intellettuali. Molto semplice. Anzi peggio: quei pochi che ci sono vengono ignorati. Se c’era in giro una voce eterodossa, Prezzolini la arruolava subito. Oggi invece viene messa a tacere. In Francia un Virilio, o un Baudrillard finché era vivo, sono pensatori “eretici”, ma nessuno nega che facciano parte dell’intellighentia nazionale. La stessa cosa negli Stati Uniti vale per un Chomsky, o una Sontag, o un Gore Vidal: critici radicali verso il sistema ma riconosciuti come intellettuali. In Italia appena metti un piede fuori dal politically correct e dall’asse Destra-Sinistra non esisti più».
A proposito: come va la sua «Voce del ribelle»?
«Bene, come mensile finora sono usciti due numeri. Abbiamo 2.200 abbonamenti: ce ne bastavano mille per essere autosufficienti. È la costola cartacea del sito di Movimento Zero. Crescita, sviluppo, industrializzazione per noi sono parolacce: da qui l’idea di un giornale che esprima questo pensiero. In modo fortemente ideologico, ma non palloso».
Come «La Voce»?
«Sì ma non facciamo paragoni azzardati».
Prezzolini fu grande maestro di Montanelli. E Montanelli la riteneva una specie di figlioccio... Una linea discendente c’è...
«Discendente, appunto».
Da dove può arrivare una nuova «Voce»?
«Se mai nascerà, nei nuovi media. Su internet magari c’è già, e fra un po’ lo scopriremo. Sta di fatto che i vecchi mezzi, per ragioni economiche e organizzative, non sono più adatti a operazioni di questo genere. Del resto, l’unico tentativo veramente anticonformista degli ultimi anni, il movimento no-global, è nato su internet. Anche se poi è stato subito trasformato in new-global... Ma questo è un altro discorso».